Sentire il bisogno di tornare in Etiopia

Tutti i viaggi hanno un inizio ed una fine. Tutti ad eccezione di uno. Sto parlando del viaggio verso l’Etiopia.

Questo viaggio ha un inizio ma non una fine, perché le esperienze vissute modificano il tuo modo di vedere e percepire le cose e quindi il tuo modo di essere.

L’inizio è diverso dai soliti, non avviene nel momento della partenza ma nel esatto momento in cui decidi di partire, da quel momento in poi tutto cambia e la tua “avventura” non finirà mai.

Il mio viaggio è iniziato a Febbraio di quest’anno, da quel momento in poi ho cominciato a fantasticare su tutto.

Il giorno mi concentravo sulle solite cose, ma la sera pensavo a come potesse essere lì, a come potessero essere le persone e riflettevo sulle ragioni che mi hanno spinta a prendere la decisione di partire.

Sicuramente ci sono ragioni più “banali” come ad esempio il fatto che mi piace viaggiare e che quindi sarei riuscita a vedere un posto nuovo, lontano e magico.
Magico perché ho visto persone che una volta tornate avevano occhi nuovi, occhi che brillavano quando raccontavano quello che avevano visto, ho visto persone che sono cambiate quasi radicalmente e sto parlando di un cambiamento in positivo che volevo vivere in prima persona. Accanto a queste motivazioni comuni ci sono quelle che, se vogliamo, possiamo definire più profonde e personali, come il desiderio di voler trovare fiducia nei rapporti umani.

Fiducia, una bellissima parola che ha un significato stupendo ma è molto difficile da dare.

Soprattutto se si è timidi e molto riservati, tutte caratteristiche che non rendono semplice la formazione di legami e quindi la fiducia rimane una cosa “concessa” a pochi intimi.

Così con le mie insicurezze e tanta voglia di partire il mio viaggio a Soddo nel “villaggio dei bambini sorridenti” ebbe inizio. In quel villaggio in soli 10 giorni ho conosciuto persone che mi hanno dato molto di più rispetto ad anni di conoscenza con altre. In quei 10 giorni ho vissuto essendo me stessa vivendo ogni singolo attimo senza scudi, facendo e dicendo quello che mi passava per la testa.

In quei 10 giorni ho imparato a non dare niente per scontato, neanche il più piccolo gesto che può essere un sorriso, un abbraccio, camminare tenendosi per mano o regalare una semplice caramella. L’ho imparato grazie ai bambini di strada, che con occhi incuriositi e non spaventati dalla mia pelle chiara mi guardavo attentamente, chiedevano qualcosa, qualsiasi cosa anche la più semplice come una foto, un sorriso o una caramella e loro in cambio ti riempivano il cuore di sorrisi e saluti, come se quella potesse essere la cosa più preziosa che potevi dargli.

L’ho imparato grazie ai bambini del centro che non perdevano mai l’occasione di giocare insieme, solo per il gusto di divertirsi in compagnia.

In quei 10 giorni ho imparato non solo ad apprezzare anche i più piccoli gesti ma anche quello che ho senza darlo più per scontato, ho preso ancora più consapevolezza del fatto che nella vita bisogna lavorare ed impegnarsi duramente per ottenere ciò che si vuole. E

questo mio passo avanti lo devo ai ragazzi del centro che alle 2 di notte stavano ancora studiando per l’esame di pochi giorni dopo, l’ho appresso grazie ai bambini delle scuole che abbiamo visitato, che pur di imparare studiavano tutti ammassati in un’aula piccola e buia, seduti sui dei tubi di ferro e senza banchi, scrivendo sulle ginocchia. In quei 10 giorni ho imparato tanto, ho pianto, ho riso, sono stata sommersa da immagini, profumi, emozioni, ho conosciuto persone fantastiche, ho goduto di panorami mozzafiato ma allo stesso tempo ho vissuto tutto con una tranquillità mai provata in vita mia.

Ed il tempo è volato. Troppo velocemente. E come un battito di ciglia mi sono ritrovata catapultata nella realtà di sempre.
Ma questa volta c’era qualcosa di diverso e quel qualcosa ero io. Ero diversa e sono diversa perché in me c’è una spaccatura. Una divisione tra corpo ed anima, il corpo continua qui la sua vita di tutti i giorni. L’anima si nutre in modo vorace ed insaziabile dei flashback. Grazie ad essi riesco a rivivere continuamente tutto ed a ricordarlo perfettamente.

Ancora più importanti ed essenziali dei flashback sono le notti, perché sono il momento perfetto per poter tornare in Etiopia, a Soddo, nel villaggio e nutrirsi nuovamente della linfa vitale che solo lì c’è.
Adesso, dopo aver vissuto una cosa del genere, posso dire con certezza che io ho bisogno di tornare, per me stessa, per i bambini e per tutto ciò che c’è.

Marzo 2018
Maria Rita Abatino

La nuova umanità

Raccontare un fatto, un evento, un’emozione, ciò che insomma ha costituito una determinata esperienza in un dato arco di tempo della nostra vita, spesso è riduttivo, spesso è difficile e spesso fa male.

Con ironia condannerò per sempre la richiesta di questo scritto ma proverò a descrivere tutte le sfumature di Etiopia che i miei sensi hanno impressionato direttamente nel mio cuore come macchina fotografica fa quando scatta una foto.

Dal principio, come per ogni fotografia, porrò luce, una luce, che appena esci dall’aeroporto di Addis Abeba , appare d’essere irradiata da un sole diverso e te ne accorgi nei colori che essa illumina ben definiti e accesi , nell’aria che essa riscalda che sembra avvolgerti e riempire i polmoni in ogni angolo più recondito, un’energia pura che riesce a cullarti nei momenti di ansia e di angoscia, quei momenti in cui manca il respiro e vedi tutto nero, ad essere avulso da quello stesso tutto e ricominciare a sorridere.

Il sorriso infatti è quasi un requisito fondamentale in questi paesi, come da noi lo è “l’homo consumens”, parrà quasi assurdo leggerlo, ma occorrerà forse girarsi fra le capanne fatte di fango, le scuole senza luce e affollate, le lunghe carovane interminabili di fatiche e bestie, per scendere dalla tua jeep, un po’ incriccato dai chilometri di strade disconnesse con la tua inconscia area sgargiante, a tratti prepotente, da occidentale, per attirare una meravigliosa creatura innocente che seppur provata dalla fame e dal lavoro trova quell’energia necessaria per inarcare la sua bocca verso l’infinito.

Dove trovano questa energia? Come fanno? Per cultura? Per interesse? Come già detto tutto va da ricondursi a quell’energia pura sopra citata, un’energia prodotta anche dalla loro, a noi ingiustificata, felicità, un concetto che trova veramente realizzazione in queste persone, perché sono in grado di vivere per questo, non per un lavoro, a loro basta sopravvivere, non per un’aspirazione, a loro basta amare ed essere amati, ma spendere e sacrificare la propria vita credendo , abbracciando , emozionandosi, cooperando, scopi e vere ambizioni che trovano ampia dimostrazione, tristemente, con gioia, in quei funerali, per cui tutto un villaggio si muove per ricordare e stare accanto ad un fratello.

In Etiopia, se parli sincero e con il cuore, di fratelli puoi averne quante sono le stelle, è opportuno quindi fare attenzione a dosare le nostre parole tanto quanto i nostri gesti e espressioni, l’empatia certo non manca, cercare di eluderli con un comportamento che mascheri ciò che sentiamo è pressoché inutile.

Perciò diventa necessario saper parlare con il loro linguaggio, non l’amarico o il wolayta (lingua nazionale e regionale), anche se qualche parola non è difficile impararla, ma senza censure e maschere, in modo che ciò che sia dentro sia anche fuori, e lo si può notare quando loro ti raccontano i propri sogni, sembra un’interpretazione teatrale, non tanto per le professioni ma per la passione con la quale vorrebbero arrivarci “vorrei aiutare le persone del mio paese, in modo che nessuno più soffra”, mi diceva un ragazzo di 16 anni, se poteste sentire il suo tono di voce , o vedere quegli occhi lucidi, il misantropo più accanito potrebbe ricredersi. Un dialogo, quindi, che va oltre la parola, una sinergia fra due interlocutori che stabilisce tutte le premesse per un vero match, dove non vince chi riesce ad affermarsi sull’altro, ma chi pone in dubbio se stesso, Io l’ho fatto.

Non è un processo immediato, perché soggettivo, ma prevalentemente riscontrabile ed occorre saper anche assimilare il contesto africano dentro di noi in modo da iniziare su pari livelli.

Dall’idilliaca bellezza delle azioni comunicative di chi vi troverete davanti nella loro più assoluta semplicità, seguirà un processo di sdoganamento da superflue passioni, certezze e ideologie con le quali abbiamo convissuto così tanto da rappresentare per noi caratteristiche d’identità e individuazione.

Sconosciuto, sarà tutto quello in cui vi riconoscevate, dunque è importante comprendere che nessuno vi ha rubato o allontanato da voi, parti fondamentali della vostra vita, ma solo potati da rami travianti e discordanti con quello che è veramente il tronco della vostra essenza e se vi sentirete vuoti forse lo siete sempre stati.

Devo ammettere che lasceranno ferite da trattare di diversa portata, ma vi daranno una grandissima opportunità per crescere alleggeriti da buona parte dei vostri limiti e con una vista meno ovattata che vi costringerà a rifiutare i ripieghi e le deviazioni su cui vi siete sempre cullati e intossicati per non affrontare la realtà. Non reprimete questo processo, sebbene vi circonderà disperazione “reale” e “giustificata”, non abbiate vergogna di piangere e se lo farete capirete che il dolore non risparmia nessuno, né povero o ricco, bianco o nero ma è una condizione che accomuna la complessità degli individui, i quali agendo trovano opposizione, un ostacolo da superare o accettare per il proseguimento di una scala conflittuale, unico strumento per ammettere sempre più le cose nella loro totalità.

Una scalata eterna, che inizia in Italia fino alla fine del mondo con vette variabili che in africa sembrano toccare il cielo per una paradisiaca atmosfera in cui luminosi astri volteggiano danzanti intorno ai nuovi santi.

Marzo 2018
Alessandro Pio Adimari

Vi racconto l’Africa con gli occhi di chi la vive per la prima volta.

E mi ritrovo qui, a scrivere per mantenere vivo il ricordo di quella che è stata un esperienza straordinaria, che ancora, dopo giorni, arde dentro me.
Molte persone, appena tornata, mi hanno fatto la classica domanda: “Allora Ari, come è andata in Africa?”, di getto rispondevo: “ Bene”, ma bene è poco, e l’Africa
è troppo.

Ho questo viaggio impresso nel cuore e nella mente, eppure, non riesco a raccontarla a chi non l’ha vissuta in prima persona.
Sono partita senza aspettative, sono stata sottovalutata, e mi ero autosottovalutata, non pensavo di farcela, ma sono dell’idea che ogni tanto, bisogna cogliere al volo le occasioni che potrebbero dare una svolta alla tua vita, buttarsi un po’, prendere coraggio.

Vi racconto l’Africa con gli occhi di chi la vive per la prima volta. Sono state solo sei, le ore di aereo, che mi hanno portato indietro nel tempo; per ben 11 giorni ho vissuto esattamente al contrario di come viviamo tutti noi ai giorni d’oggi. Siamo nati in una società in cui siamo abituati ad avere tutto e subito, la sottoscritta per prima, dove pretendiamo sempre, senza mai ricambiare nulla.

In Ethiopia, a Soddo, ho imparato probabilmente la lezione di vita più importante; ho imparato a non prendere nulla per scontato, a pensare un po’ meno a me, e concentrarmi più sul prossimo, ho imparato a condividere, ho imparato che ogni cosa, ogni gesto, ogni parola, ogni persona hanno un valore, ho imparato ad apprezzare anche le più piccole cose, ho imparato a vivere. Mi basta chiudere gli occhi, fare un respiro profondo, e sentire l’odore rancido dello smog ad Addis Abeba, l’odore forte dell’aria, delle persone, e quello dolciastro del caffè appena scaldato sui mattoni. Ricordo la terra rossa, quella fastidiosa, che ti si infila dappertutto, sento le risate dei bambini, vedo i sorrisi della gente che si sbraccia per salutare noi bianchi, vedo piccole anine che si allungano nella speranza di racimolare qualche spicciolo o pezzo di cibo. Sembra quasi che tutti questa gioia, questa vitalità, annienti la loro povertà e la loro sofferenza. Per giorni sono stata tormentata di domande nella mia testa, non capivo il motivo di tutta quella felicità, in quelle condizioni di vita, e di tutta quella vita, in un posto dove data la povertà, e ne dovrebbe essere ben poca.

Dopo giorni, ho iniziato a darmi delle risposte; A loro mancheranno i vestiti, la tecnologia, l’acqua, il cibo, potrei fare una lista infinita, ma sono pur erta, che a loro non mancherà mai l’amore, pare che sia questo l’unico modo per annientare la morte. Penso che quello che l’ Africa ci trasmetta sia un contatto più saldo con la fluidità della ita di sempre. Non importa quante cose materiali si possiedano, tutto passa in secondo piano. Abbiamo soggiornato della Smiling Children Town, a Soddo, un centro di accoglienza per ragazzi di trada fondato da Abba (padre) Marcello. Che dire… una seconda casa!

I ragazzi del centro sono fantastici, disponibili, i pomeriggi liberi li passavamo con loro, tra una partita a pallavolo e n altra c’era sempre tempo per qualche risata. Tengo vivo il ricordo dei paesaggi; ancor ora, in macchina, capita che la mente viaggi per migliaia di chilometri, e mi porti tra le immense ride colline dell’ Ethiopia, nelle sue foreste, o magari sulla riva di qualche lago popolato da coccodrilli, ippopotami, e chissà quanti altri animali.

E’ proprio qui, che la natura prende il sopravvento sull’uomo, è libera, è viva, ti fa sentire piccolo, impotente. Ho avuto la fortuna di vedere probabilmente per la prima volta il cielo. ricordo benissimo quella notte, tutta la città era rimasta senza luce, c’eravamo solo noi, con il buio, un eterno silenzio e le stelle. Ci siamo sdraiati in giardino, sull’erba fresca ad assistere a quello spettacolo mozzafiato all’interno di una profondissima quiete.

In questo viaggio sono venuta in contatto con me stessa, ho riavvicinato a me l’Arianna che ritenevo perduta da empo. Mi saranno anche mancate le mie solite abitudini occidentali, ma il mio cuore è sempre stato sereno, in pace, e i miei occhi riposati e brillanti, e forse queste parole ne sono la prova. In questo posto, sono riuscita ad appendere la maschera che porto sempre con me, mi sono lasciata andare, ho giocato, riso, cantato, insieme a dozzine di bambini, che ricambiavano con sorrisi 36 denti, ho condiviso emozioni con persone conosciute pochi minuti prima. Un posto dove nessuno di giudica, dove vieni accettato così come sei, dove i pensieri spariscono, un posto da cui ai vorresti andartene.

Ho toccato la felicita. Ogni persona incontrata, ogni luogo scoperto, è riuscita ad entrare così profondamente del mio cuore, da lasciarmi un segno indelebile, permettendomi di vedere la realtà che mi circonda sotto un altra luce.
Mi sono sentita viva.

Passare da tutto al nulla, è un esperienza che auguro di fare a tutti nella vita. Auguro a tutti di essere guardato da un bambino che lotta ogni giorno per la vita con occhi pieni di lacrime, o di essere ringraziato migliaia di volte da persone senza che tu abbia assolutamente fatto nulla.

Auguro a tutti, di mettere prima o poi piede in Africa, per intraprendere un viaggio alla ricerca di se stesso, della felicità, dell’amore, ma sopratutto della vita.

ARIANNA.

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L’Africa ti fa amare i silenzi, l’Africa ti fa amare la vita.

Bastano 6 ore di aereo per fuggire da una società che lentamente ci abbandona alla monotonia e catapultarci in un mondo nuovo, una realtà che risveglia i nostri sogni e il saper riconoscere il capolavoro che è il mondo che ci circonda.
Questo è l’Africa. Questo è perché l’Africa chiama. È stato un viaggio, per caso, ma mica un viaggio qualunque, un viaggio da cui non torni, o meglio, torni solo fisicamente, perché io con la testa sono ancora là.

Perché quando vivi un’esperienza così ti rimane tutto, mi basta chiudere gli occhi per un istante ed ecco che torno subito a pensare alle manine agitate dai bambini che salutavo dalla jeep, a quegli sguardi che ti conquistavano, perché dove non si può comunicare a parole, ecco che entra in gioco il linguaggio dei sorrisi. Ma davvero, quelli sono sorrisi che penetrano e arrivano dritti al tuo cuore che batte all’impazzata, così tanto che a volte hai quasi l’impressione che possa uscirti dal petto. Questo perché l’Africa ti fa provare un’infinità di emozioni incontrollabili.

L’Africa è la tenerezza di una bambina che ti prende la mano, che la accarezza e lentamente la sfiora con le dita, quasi curiosa nel vedere un colore diverso dal suo, che poi mentre sei ferma a guardare le treccine che avvolgono i suoi capelli, si alza in punta di piedi e ti bacia la guancia. L’Africa è la musica che ti trascina nella mischia e ti fa dimenticare le tue paure, che ti fa sentire viva, e a quel punto è così facile lasciarsi andare.

L’Africa è quando ti trovi per la prima volta davanti alla vera, immensa, bellezza della natura e allora cominci a respirare la libertà, di un mondo ancora non contaminato dall’uomo, e ti rendi conto dell’inutilità di tutto ciò di cui sei stato schiavo fino a quel momento, perché dopo la sola vista di quel paesaggio capisci che non ti manca proprio nulla.
L’Africa insegna. Mi chiedo se durerà per sempre, mi chiedo come mai un paese ricco come il nostro sia allo stesso tempo così arido di valori veri.

L’Africa ti insegna a cambiare il modo di vedere le cose e a non lasciarti trascinare dalla corrente che ti porta al continuo bisogno di avere di più, a non valorizzare ciò che già possiedi, a non essere consapevole di quanto in realtà tu sia fortunato. E forse non è un male che non esista un vaccino contro il Mal d’Africa, perché è solo quando senti la mancanza così forte di qualcosa che percepisci realmente quanto questo qualcosa ti abbia dato. Perché sì, quando si prepara la valigia per un’esperienza come questa si lascia a casa il superfluo, ma si torna a casa con un bagaglio di gran lunga più pesante. È ricco, di cose che non si possono comprare, che non si è in grado di cogliere se ci si limita a pensare a sé stessi.

E sull’aereo di ritorno, ricominciano quelle 6 ore che ti riportano a casa, dalla tua famiglia, dai tuoi amici, nella tua quotidianità, e rifletti su quanto il tempo sia passato velocemente, su quanto sia stato bello condividere quel viaggio con le persone che hai conosciuto e a quanto questo ti abbia scombussolato la mente. E allora capisci che ora l’Africa è anche un bisogno, una calamita, che ti provoca l’impossibilità di non farvi ritorno, perché a volte senti il bisogno di sentire quella terra rossiccia sotto le scarpe invece che l’asfalto, perché l’Africa ti fa amare i silenzi, l’Africa ti fa amare la vita.

Pesaro, li 15 Marzo 2017
Federica Olmi

L’uomo in Africa ringrazia Dio per avergli concesso la vita e non la disprezza.

Sappiamo il prezzo dell’ultimo modello di iphone (€ 1.159) e il prezzo di un paio di scarpe firmate( €400)…ma quanto costa un sorriso?
La risposta è semplice, “niente”.

Ma allora perché abbiamo un iphone e non sorridiamo?
La società in cui viviamo opprime la nostra natura umana, siamo portati ad impazzire in un sistema che impone lucidità.
Nasci, cresci, produci, consumi e muori. Il cosi detto consumismo di cui siamo schiavi. Ci siamo dimenticati come si vive e pensiamo solo ad andare avanti senza mai fermarci ad apprezzare il DONO della vita che ,oltre tutto, è una sola.

Sentiamo la necessità di volere sempre di più e non ci accontentiamo, è come se avessimo il bisogno di cose di cui realmente non abbiamo bisogno.
L’uomo bianco è sia stupido che egoista, vuole tutto per se ma poi quando lo ha si accorge di quanto esso sia nulla ed allora cerca qualcos’altro, senza capire che la felicità non proviene da cose materiali ma sta nel fare del bene perché condividere qualcosa non significa solo condividere un post su facebook ma significa fare un atto di gentilezza ad un altra persona senza secondi fini.

Siamo animali in cattività nella stessa gabbia, formata da palazzi, uno in competizione con l’altro. Ma la rivoluzione ha inizio da una scintilla di speranza.
Siate buoni con il prossimo, date più importanza agli amici e alla famiglia e meno importanza al cellulare e alla tv, fate le cose senza voler ricevere niente in cambio e condividete l’amore perché cosi anche coloro che l’avranno ricevuto lo condivideranno a loro volta.

Ho visto la felicità in occhi di bambini che non avevano neanche le scarpe e che magari stavano percorrendo kilometri su strade sotto il sole per prendere un pò d’acqua sporca, scene forti ma che mi hanno fatto riflettere…Perché loro ci riescono ed io no?

L’uomo in Africa non ha schiavizzato la natura ma al contrario vive con essa, la mente è più libera poiché gli alberi e la natura sono dinamici mentre palazzi e case sono statici.
L’uomo in Africa non è in competizione con nessuno se non con se stesso, tutti aiutano tutti senza giudicare.
L’uomo in Africa ringrazia Dio per avergli concesso la vita e non la disprezza.
L’uomo in Africa si sente vivo ed ha tutto anche se non ha niente.

Pesaro, 1 marzo 2017
Denis Esposito

La vita è un capolavoro

Questo grande albero chiamato VITA!!!
E alla fine sono stati ben 14 giorni senza cellulare. Già sembra difficile trascorrere 6 o 7 ore di viaggio in aereo senza internet, figuriamoci due intere settimane! Forse basta questo per capire quanto sia sbagliata la nostra concezione di libertà. Non ci rendiamo conto delle manette che abbiamo ai polsi e delle catene che stringono il nostro corpo e i nostri sentimenti tenendoli legati saldamente al palo dell’egocentrismo. Siamo troppo presi dai nostri impegni per fare qualsiasi cosa…..ma uno sbaglio rimane tale finché ci rifiutiamo di correggerlo. Mi chiamo Lorenzo Gallucci e frequento il quarto anno del Liceo Musicale “Marconi” di Pesaro e parlo per tutti quelli che hanno avuto la fantastica possibilità di venire con me in Etiopia. Colgo l’occasione per ringraziare anche il Preside Riccardo Rossini ed il Prof. di Religione Marco Signoretti per averci dato l’opportunità di coronare questo piccolo, immenso sogno.
Le mie aspettative.
Prima di partire mi ero fatto raccontare qualcosa da chi aveva partecipato precedentemente a questo viaggio. Già dalle loro parole e dai loro sguardi avevo intravisto e percepito qualcosa di superiore che in qualche modo aveva avuto un effetto positivo sulla loro persona e li aveva sostanzialmente cambiati. Perciò le mie aspettative erano alte e, di conseguenza temevo venissero deluse. Ma una volta atterrato, nel tragitto da Addis Abeba a Soddo ( cittadina ove abbiamo alloggiato) mi sono accorto innanzitutto di quanto la natura sia meravigliosa! I miei occhi potevano godere di una bellezza straordinaria. Mi sono sentito per la prima volta, parte della natura, si, perché noi siamo parte di essa e tradirla è come tradire noi stessi. Io non posso e non voglio credere ai disastri ambientali di cui siamo responsabili e soprattutto non posso capacitarmi del fatto che tutto questo lo chiamano progresso. E’ proprio vero, non ci accorgiamo del valore di ciò che abbiamo finché non lo abbiamo perso. Ma in Africa non è così. La natura incute rispetto e non viene trattata con arroganza come facciamo noi, uomini occidentali che la asserviamo completamente ai nostri capricci. In Africa si respira la consapevolezza che la natura è fonte di vita e che l’uomo è un tutt’uno con essa. In Africa gli uomini sono diversi ma non nel senso che sono più sfortunati o ammalati o abbandonati. Sono invece forti, tenaci, determinati nelle loro scelte perché sanno che ne va della loro vita. Ed è fantastico come loro guardino direttamente alle radici di questo grande albero chiamato VITA. Loro riescono a riscaldare” globalmente” i nostri cuori e a cambiare il clima delle nostre anime.
Il sorriso di quei bambini.
Ritornando al viaggio, dovete sapere che siamo stati ospitati al centro “The smiling children town”, diretto dal fratellone del nostro Prof. Signoretti, il mitico Abba Marcello, aiutato da diversi collaboratori. Grazie a questo centro, Marcello è riuscito a donare speranze ormai abbandonate ai bambini e ragazzi etiopi che possono ricevere un’educazione (facendoli studiare presso alcune scuole della cittadina di Soddo), cibo, cure mediche e possono anche divertirsi grazie ai campi da calcio, basket e pallavolo, che sono stati allestiti per loro. Questi ragazzi possono essere considerati più “fortunati” perché hanno maggiori opportunità di altri, anche se, vivendo nel centro, ovviamente non hanno i genitori e sono lontani dalla loro famiglia. Già si può immaginare, quindi, la loro forza nel combattere queste difficoltà. Ma la cosa che in assoluto rende magica questa terra, è come loro, non avendo niente vogliono assolutamente donarti qualcosa; può essere un braccialetto, una banana, un mango, un sassolino o anche un semplice sorriso e, magicamente, tutto assume un altro valore, il cuore si riscalda e la sensazione di felicità interiore finisce per dominare anche la mente. Qui ho conosciuto la vera felicità, una sensazione che non è minimamente paragonabile alla soddisfazione mai ricevuta nel possedere qualcosa, anche se ardentemente desiderata. Loro nutrono un profondo rispetto per tutti e nei nostri confronti si sentono ingiustificatamente inferiori……ma il nostro essere lì dava loro una piccola speranza per il futuro che erano pronti a cogliere. Basta poco per migliorare la vita di centinaia di bambini: basta esserci! Loro sono li, ci saranno sempre per noi ma per aiutare loro dobbiamo prima aiutare noi stessi e non possiamo farlo se pensiamo di non poter superare 14 giorni senza cellulare.
La vita è un capolavoro.
Questo viaggio è stato fondamentale nella mia vita e sicuramente fino ad oggi è stata l’esperienza più forte che ho vissuto e sono molto grato per questo. Grazie all’Africa ho messo in discussione la mia vita e ho ridato ordine alle mie priorità. Mi sono reso conto di quanto tempo sprecassi ad occuparmi di sciocchezze, di quanta importanza avessero per me cose assolutamente inutili e di quanto poco valore io attribuissi alla mia vita. Mi sono reso conto che il disegno della nostra vita non solo è uno scarabocchio su un foglio, ma è un vero e proprio capolavoro! E io non voglio sprecare la mia vita ma voglio farne qualcosa di grande.

Testimonianza pubblicata sul giornale “il nuovo” in data 17 Aprile 2016.
Lorenzo Gallucci

Noi abbiamo sostenuto in questo modo circa sessanta bambini

Intervista al Prof. Marco Signoretti, responsabile del progetto di gemellaggio con Soddo (Etiopia) del Liceo scientifico “G. Marconi” di Pesaro.

Daniela Renganeschi.

A quando risale l’inizio del vostro coinvolgimento con la realtà missionaria di Don Marcello Signoretti a Soddo in Etiopia? Ce ne può raccontare brevemente la storia?

Abbiamo iniziato nel 2009, in concomitanza con un grande progetto che si voleva realizzare a Soddo, cioè la costruzione di un centro di accoglienza per bambini di strada.

Volevamo fare un gesto di solidarietà e così contribuire alla sua realizzazione. Abbiamo pensato a un progetto d’istituto e non solo di alcune classi. Ci siamo rivolti a tutti gli studenti, alle loro famiglie e ai docenti che hanno condiviso quest’idea. Per preparare e motivare gli studenti, in alcune classi abbiamo iniziato un lavoro di analisi e approfondimento in particolare sul fenomeno dei bambini di strada.

Questa problematica ci ha portato ad affrontare soprattutto il tema dei diritti negati. Questo percorso si è concluso con un incontro con un esperto, padre Alex Zanotelli missionario comboniano, che è stato per anni direttore di “Nigrizia”. La sua è stata una testimonianza, perché ha vissuto per alcuni decenni alla periferia di quella megalopoli dell’Africa che è Nairobi.

I nostri ragazzi sono più coinvolti e attenti quando emerge una vita vissuta dietro alla descrizione di queste situazioni.

Vorrei che ci presentasse Don Marcello Signoretti, perché è grazie al rapporto con lui che è iniziato il progetto. Perché Don Signoretti vive in Africa?

Don Signoretti è mio fratello. Ha avuto una storia molto particolare. All’età di 42 anni si è sposato. Purtroppo dopo due anni ha perso la moglie per una gravissima malattia. È stato un momento veramente difficile e tragico per la sua vita, che è riuscito a superare trovando una grande motivazione e un grande ideale per cui vivere, che gli ha reso di nuovo la vita bella e significativa.

E’ partito come laico per l’Etiopia e per alcuni anni è stato amministratore della diocesi di Soddo (che si trova nella regione del Wolayta, nel sud del paese) e ha seguito un progetto di adozioni a distanza.

All’età di 59 anni si è fatto sacerdote. In questa terra d’Africa, in questa città di Soddo, dove è parroco di tre comunità, si adopera soprattutto per promuovere i diritti sociali delle persone. Si fa carico delle situazioni di emergenza ed ha grandi progetti che realizza con l’aiuto di tantissime persone, soprattutto di Pesaro.

Ha realizzato un acquedotto e un altro progetto è stato questo centro di accoglienza per bambini di strada, dove si dà la possibilità a questi bambini di dormire, mangiare e vivere in un ambiente accogliente e di essere educati. Così pian piano iniziano a frequentare la scuola.

Chi è più grandino e non ha capacità per la scuola, viene inserito in laboratori dove impara un mestiere e viene accompagnato a inserirsi nella città con un lavoro.

Parliamo adesso dell’organizzazione del vostro progetto. Chi è il soggetto promotore e quali altri enti collaborano?

Gli enti che realizzano questo progetto sono il Liceo Scientifico “G. Marconi”, che l’ha promosso e l’assessorato alla cooperazione internazionale del comune di Pesaro, che mette a disposizione risorse e finanziamenti. Era partito come progetto di solidarietà, per aiutare delle persone che vivono in una condizione umana di grande difficoltà. Poi ci siamo resi conto che è un grande progetto educativo. I nostri studenti sono aiutati ad aprirsi al mondo, a conoscere altre culture e una realtà molto diversa dalla propria. Qui la società spinge il progetto aiuta invece i ragazzi a uscire da se stessi per incontrare l’altro e così si sviluppa quella dimensione umana che per me è fondamentale nella crescita di uno studente. Noi pensavamo di essere quelli che vanno dai poveri a dare qualcosa, invece quando i miei studenti ritornano si rendono conto che è molto di più quello che hanno ricevuto da queste persone in umanità, sorrisi, accoglienza, disponibilità, calore umano, per non parlare della bellezza della natura, di quello che hanno portato. Questo da un punto di vista educativo è molto importante, perché l’incontro con l’altro è una grande opportunità di crescita e di soddisfazione personale.

Il comune di Pesaro come è coinvolto nella sua realizzazione del progetto?

Dopo avere iniziato questo progetto, abbiamo sentito l’esigenza di offrire agli studenti la possibilità di vedere e toccare con mano il frutto del loro impegno, divedere l’opera realizzata in modo da rendersi conto che con un minimo impegno nostro si possono salvare delle vite umane e ridare dignità a delle persone. Ma il viaggio è  abbastanza oneroso.

Abbiamo così chiesto all’assessorato alla cooperazione internazionale del comune di Pesaro di mettere a disposizione un contributo per il viaggio. L’idea originaria era quella di farne uno solo, ma, dal momento che per i nostri studenti l’esperienza in Africa era stata così importante, abbiamo pensato di riproporlo anno dopo anno.

Quindi sono già quaranta gli studenti che hanno avuto in quattro anni l’opportunità di vivere direttamente questa esperienza in Africa.

Può descrivere il coinvolgimento delle varie componenti della scuola? Quale percorso annuale gli studenti e i docenti fanno prima di partire per l’Africa?

Gli studenti che partecipano al progetto sono una minoranza rispetto agli iscritti della scuola e i docenti sono impegnati in diverse altre attività. Però c’è un ristorno significativo importante per tutta la scuola.

All’inizio dell’anno noi incontriamo tutti i 1300 studenti del nostro istituto in momenti separati, divisi per anno. In quest’occasione, i testimoni che sono andati in Africa l’anno precedente, raccontano ai loro amici l’esperienza che hanno vissuto. Poi nel giornalino d’istituto scrivono le loro riflessioni e i loro commenti. Questo fa da cassa di risonanza.

Tutti gli studenti sono coinvolti poi nelle iniziative di raccolta fondi con gesti semplici e quotidiani.

Io penso che il metodo migliore per attuare un coinvolgimento sia ascoltare la voce di chi ha vissuto questa esperienza. E’ un amico che comunica a un amico quello che ha sperimentato.

C’è quindi un gruppo di studenti più coinvolto. Come si costituisce il gruppo nel corso dell’anno e che percorso fa prima di partire?

Molti vorrebbero venire in Africa, ma noi privilegiamo gli studenti delle quinte, perché maggiorenni. Il gruppo è costituito da una trentina di studenti, di cui dieci partecipano al viaggio in Africa.

Gli incontri di formazione, aperti a tutti, si svolgono parallelamente all’attività didattica, utilizzando, ad esempio, le possibilità offerte dalle assemblee d’istituto, ma anche in altre occasioni.

Quale è la ricaduta di questo progetto sulla città di Pesaro?

Quando ritornano gli studenti dall’Africa, il comune organizza una conferenza stampa giovani a crescere in un individualismo esasperato e in una grande indifferenza. Questo studenti che hanno partecipato in questi anni ai viaggi in Africa) che hanno vissuto un’esperienza significativa e importante, che portano poi, con la loro testimonianza, nei luoghi che frequentano abitualmente.

Tant’è vero che mi arrivano continuamente richieste di partecipazione al progetto, così stiamo pensando di organizzare d’estate per i giovani universitari dei campi di lavoro. Si potrebbe offrire per tre settimane, ad esempio, la possibilità di lavorare a titolo volontario presso questo centro d’accoglienza per bambini di strada.

Per sostenere economicamente le iniziative in Etiopia che tipo di attività svolgete?

In questi anni abbiamo contribuito alla realizzazione di più opere.

Il primo anno ci siamo impegnati a costruire un’aula studio nel centro di accoglienza per i bambini di strada.

Il secondo anno abbiamo incontrato 4000 studenti della scuola pubblica Ligaba School di Soddo. Abbiamo visto che vivono in luoghi veramente fatiscenti. Allora abbiamo chiesto se potevamo in qualche modo contribuire al miglioramento della loro scuola. E loro ci hanno richiesto una piccola biblioteca.

Il terzo anno, invece, abbiamo visitato un centro dove vivono e studiano dei bambini ciechi, una situazione veramente disagiata. Ci siamo così impegnati a contribuire alla realizzazione di un piccolo dormitorio per questi bambini. I fondi li raccogliamo in questo modo: nel periodo natalizio chiediamo agli studenti e alle loro famiglie, ai docenti di dare un’offerta per queste opere. Poi altri fondi li raccogliamo con piccole iniziative realizzate dagli stessi studenti. Alla fine di quest’anno, ad esempio, hanno fatto qui al liceo scientifico una festa di tutti gli studenti medi di Pesaro e hanno organizzato uno stand dove mostrare i video realizzati in Africa e chiedono ai giovani partecipanti un piccolo contributo per il progetto.

Avete seguito anche la strada dell’adozione a distanza?

Noi abbiamo sostenuto in questo modo circa sessanta bambini. Ad esempio siamo andati in un villaggio e qui i nostri studenti hanno incontrato la gente del villaggio con l’aiuto di un’interprete, un villaggio sperduto in un posto meraviglioso, ma proprio “alla fine del mondo”, come dice il Papa. Gli anziani ci dicevano che ci sono molti orfani, perché molte donne muoiono per il parto o per malattia e che gli orfani sono accolti dalle altre famiglie che però hanno già tanti figli.

Ci hanno chiesto un aiuto e noi ci siamo fatti dare i nominativi di questi bambini orfani: erano venticinque. Tornati in Italia i nostri studenti, i parenti dei nostri studenti, gli amici nostri in un mese e mezzo hanno adottato i venticinque i bambini. In questi anni abbiamo seguito con l’adozione a distanza sessanta bambini.

Riuscite a garantire in una scuola la continuità del sostegno a distanza?

Con le classi il primo anno si parte con entusiasmo, ma già l’anno successivo è più faticoso. Questi sessanta bambini sono stati sostenuti solitamente dalle famiglie degli studenti, le famiglie dei ragazzi, ma anche i loro cugini e i parenti, per cui è stato semplice collocare e affidare quest’adozione a delle famiglie pesaresi.

Avete già deciso cosa sostenere il prossimo anno?

Probabilmente ci concentreremo di nuovo sui bambini di strada, perché il problema non è solo l’avvio del centro di accoglienza, ma continuare a sostenere anno per anno questo percorso d’istruzione, di formazione e di reinserimento.

Un viaggio in Etiopia per crescere in umanità

Marco Signoretti, assessore alla Cooperazione Internazionale, un viaggio in Etiopia per crescere in umanità

Se dovessi scegliere un pensiero che meglio di altri può esprimere in sintesi lo scopo e il significato del viaggio che mi appresto a intraprendere con un gruppo di studenti del liceo scientifico e musicale “G.Marconi” in Etiopia nella missione di Abbà Marcello, sceglierei un pensiero di Michel de Montaigne: “Ogni altra scienza è dannosa a colui che non ha la scienza della bontà”.

Bontà e umanità sono i valori che ispirano questo progetto che dura da anni.

Oltre a portare il contributo di tutto il liceo per il centro di accoglienza dei bambini di strada con lo scopo di sostenere il loro diritto al cibo e all’istruzione, andremo per incontrare un popolo povero ma gioioso e accogliente, che nei viaggi precedenti ha saputo infondere nei nostri studenti fiducia e amore per la vita impartendoci una grande lezione di umanità.

Spesso in classe mi trovo a ripetere ai miei giovani studenti: ”in questi anni di liceo dovete crescere in scienza e conoscenza, ma non dimenticate di accrescere anche la vostra umanità perché, come giustamente afferma Hermann Hesse, “il compito primario che dobbiamo svolgere nella nostra vita è quello di elevarci dalla bestia all’uomo”.

Non è scontato che ciò avvenga.

E’ sufficiente guardarsi attorno per scoprire quanto spesso siano gli istinti a dominarci e a guidare i comportamenti umani: l’istinto di possesso, dominio, ricchezza e di piacere senza regole.

Ripeto loro che la società ha bisogno di medici, di ingegneri, di professionisti, ma soprattutto di uomini che non siano disposti a rinunciare alla loro umanità per interesse, che sappiano amare e rispettare se stessi e gli altri, essere sinceri e coerenti con i principi che la loro coscienza o religione ispira.

Senza umanità, che costituisce l’essenza del nostro essere, si precipita nella corruzione, nell’inganno, nella furbizia e nella sopraffazione.

Un uomo che si allontana dai valori umani, assomiglia a una casa senza fondamenta … è destinato alla rovina.

Umanità, ecco che cosa hanno trovato i quaranta giovani studenti che in questi anni hanno avuto l’opportunità di fare il viaggio in Africa.

Un’umanità semplice e generosa, accogliente e festosa.

Mi riempie di nuovo il cuore

Giulia Galeazzi

Articolo pubblicato sul settimanale della diocesi di Pesaro “Il nuovo amico”

Da quando sono tornata dall’Etiopia molte volte mi è stata posta la domanda “Allora,

com’è andata l’esperienza in Africa?” e d’istinto ho risposto “Bene!”. Bene è semplicemente

riduttiva come risposta, ha bisogno di approfondimenti e a ragione può sembrare prettamente

convenzionale. Mi piace dunque pensare di essere in grado di presentare a voi lettori un

quadro generale di quello che ho vissuto in quella terra lontana insieme ad altri dieci ragazzi,

mettendo nero su bianco le riflessioni che sono scaturite in me durante quei pochi, ma pur

sempre intensi giorni di soggiorno a Soddo.

Come recita il titolo, l’Etiopia mi è sembrata sin dai primi istanti una terra dai mille volti,

per non dire contraddizioni. L’ho percepito subito dall’energia, allegria e spensieratezza che la

gente trasmetteva, dai bambini che salutavano con la mano e sorridevano… Tutto questo,

però, mutava immediatamente aspetto quando l’attimo dopo quella mano veniva allungata per

chiedere l’elemosina e si leggeva loro in faccia tutta la sofferenza di una vita di stenti. Può

sembrare pura retorica descrivere quello che si può osservare in un qualsiasi documentario

sull’Africa, ma quello che davvero mi ha colpito, aldilà del semplice fatto di sperimentarlo in

prima persona, è che ci sia bisogno di arrivare fin lì per rendersi veramente conto di quanto

tutto ciò sia drammaticamente reale.

Dunque nonostante fossimo nel bel mezzo di un paradiso naturalistico, nell’altopiano del

Wolayta (regione in cui si trova la cittadina di Soddo, a circa 380 km a sud-ovest della

capitale), in un luogo dove l’inquinamento ambientale è praticamente inesistente, dove la

mano distruttiva dell’uomo non è ancora arrivata e si può apprezzare a pieno il rapporto

genuino tra uomo e natura, spesso mi sono sentita disarmata, impotente, spiazzata. Mi sono

chiesta come fosse possibile che, malgrado gli sforzi di molti volontari e missionari, le

condizioni di vita di molti, in particolare degli abitanti dei villaggi, dove ogni famiglia conta

circa una decina di figli, siano a dir poco precarie e traballanti. Mi sono sentita

tremendamente in colpa quando andavamo a visitare alcuni di questi posti dove la presenza

dell’acqua era un estremo lusso, e ascoltavamo i discorsi dei capi del villaggio che, dopo aver

ringraziato infinitamente Abbà Marcello per l’asilo o la clinica che aveva fatto costruire

grazie ai soldi dei benefattori, avevano ancora tante altre cose da chiedere, per noi così

scontate, ma per loro così vitali e purtroppo assenti. Non potevo fare altro che provare

empatia, scattare fotografie ai bambini, che impazzivano di emozione di fronte all’obiettivo e

sgomitavano per comparire nell’inquadratura, giocare, cercare di scambiare due parole, per

quello che la diversità della lingua permetteva, mentre nella testa martellava incessantemente

la domanda “cosa posso fare io per loro?”.

Ho cercato una risposta che fosse adeguata per tutta la settimana, arrovellandomi la

mente, quando infine mi sono accorta di averla proprio sotto gli occhi e che, proprio come

l’Africa, era anch’essa una medaglia a due facce. Una faccia è quella che ho scoperto

osservando più a fondo il centro d’accoglienza per bambini di strada realizzato da Padre

Marcello, che ospita oggi circa duecento ragazzi i quali di loro spontanea volontà hanno

scelto di accettare l’aiuto che veniva loro offerto, per migliorare la propria vita e ottenere

un’istruzione, oltre che un letto in cui dormire e del cibo da consumare ogni giorno. Ho

realizzato che senza il contributo di tutti noi questo non sarebbe mai stato possibile e vedere

con i propri occhi ciò che, con un minimo sforzo da parte nostra, è stato costruito mi ha

riempito il cuore di gioia. Una gioia consapevole di come la solidarietà elevata al suo più

nobile stato sia proprio quella, l’aiuto dell’uomo all’uomo. Va da sé che non bisogna fermarsi

qui, perché di servizi da costruire ancora ce ne sono tanti e tanti sono i progetti che Abbà Marcello

sta realizzando per andare incontro alle richieste numerosissime dei bisognosi.

L’altra faccia della medaglia, invece, più che essere una risposta mette in dubbio la

domanda stessa. Quest’ultima, infatti, non dovrebbe essere “cosa posso fare io per loro”, bensì

“cosa possono fare gli africani per gli africani”. Citando il famoso missionario Daniele

Comboni, il mio pensiero si rivela tutt’altro che nuovo e originale e traducibile con la sua

affermazione “Salvare l’Africa con l’Africa”. Non c’è bisogno, e anzi sarebbe terribilmente

sbagliato, imporre alla cultura africana la “civiltà” dell’Occidente (dall’alto del suo presunto

avanzato modello di vita), che la snaturerebbe e priverebbe di quei suoi valori preziosissimi

che noi oggi abbiamo perso, come la vita in simbiosi con la natura, per loro così normale,

eppure distante anni luci dalla nostra quotidianità.

In relazione a quest’ultimo punto ci tengo particolarmente a raccontare di Wendesen, il

ragazzo ventiseienne che ci ha accolto alla “Smiling Children Town” di Soddo, il quale da

poco è anche responsabile dell’intera gestione economica del centro. La sua storia inizia come

quella di un qualsiasi bambino di strada, senza la possibilità di andare a scuola e vivere

dignitosamente. E’ così che si avvicina al centro per i bambini di strada e grazie all’aiuto

costante di Abba’ Marcello conduce i suoi studi fino alla laurea in economia. Oggi eccolo lì a

mettere la sua competenza a disposizione dei bambini che sono proprio come era lui una

volta, ad aiutare l’Africa. La fraternità speciale e unica che gli si legge negli occhi quando li

guarda, le lacrime che gli velano lo sguardo intenso ed espressivo quando ci racconta cosa ha

fatto Marcello per lui e la sua famiglia infondono grande conforto, sono quasi una certezza:

Wende ci assicura infatti che, in base ai suoi studi, da qui a dieci anni l’Etiopia sarà

autosufficiente, in grado di reggersi sulle proprie gambe, economicamente e socialmente.

Penso che egli stesso sia prova dell’inizio di questo processo, prova che quello che dice è vero, e ciò

mi riempie di nuovo il cuore.

Questa volta, però, di speranza.

Ho conosciuto un angelo attraverso gli occhi degli Etiopi

Come tantissime persone di questo mondo fino a poco tempo fa, avevo una conoscenza sommaria e una vaga cognizione del mondo missionario, se non per averne sentito parlare dalle persone direttamente o indirettamente coinvolte o dai vari mass media.

Ma poi sempre attratto da questa realtà, ho intrapreso insieme ad altri conoscenti, poi divenuti amici, un viaggio in Etiopia allo scopo di portare aiuti al centro denominato” Smiling Children Town” di Sodo, cittadina ubicata su un altopiano a circa 370 chilometri a sud di Addis Abeba, fondato da Don Marcello Signoretti.

Arrivati a destinazione ci accoglieva, un timido ragazzo Etiope di nome Wondesen, di 26 anni laureato in Economia, il quale dopo averci illustrato come i ragazzi di strada vengono contattati ed invitati a frequentare il centro e tutte le attività che si svolgono all’interno, con lo scopo di dare loro un futuro almeno dignitoso, ci parlava della sua conoscenza di “Abba Marcello”, avvenuta quando lui era uno “street children” ed aveva circa dieci anni; Wondesen ci ha raccontato come Abba Marcello lo aveva aiutato a portare avanti gli studi fino alla laurea e che, senza il suo aiuto, non avrebbe potuto permettersi un corso di studi ed una laurea in quanto la sua famiglia era molto povera. Questo ragazzo si dedica oggi, dopo essersi laureato, ad aiutare i suoi “fratelli” di strada, ed è diventato uno dei responsabili del Centro.

Mentre Wondesen ci raccontava di Abba Marcello definendolo come suo secondo padre, dai suoi occhioni neri e molto comunicativi, oscurati da un cappello con visiera che è solito portare, iniziarono ad uscire dolci lacrime che lentamente solcavano il suo viso, esprimendo una commozione coinvolgente.

Ma, il vero coinvolgimento emotivo, lo si prova quando si conosce realmente quest’uomo speciale, non carismatico, ma umile, sereno e addirittura timido, di grande fede religiosa e con quell’amore che sa trasmettere ai bambini etiopi da “mancato” padre, più che da religioso, come in effetti era prima di vestire l’abito talare. Durante le giornate che abbiamo trascorso insieme ad Abba Marcello nel visitare i vari villaggi e missioni nel sud dell’Etiopia, sono rimasto colpito, dall’accoglienza che riceveva in ogni dove e di come la gente che incontrava con dignità lo ringraziava per tutto ciò che lui aveva fatto per loro, anche se a volte, non proferivano neanche una parola, si leggeva nelle espressioni dei loro occhi quanta gratitudine avevano nei suoi confronti.

Bambini poverissimi a volte completamente nudi che si avvicinavano con i loro occhi sorridenti e carichi di speranza ed urlavano: Abba, Abba, oppure Marcè…Marcè…..oppure l’intercalare tipicamente pesarese Allora….Allora….!!!, o ancora malati e anziani malnutriti che comunque si prostravano innanzi a questo grande uomo e per tutti quanti Abba, con il suo tipico gesto di mettere loro una mano sulla testa, aveva sempre una parola di conforto o una promessa o un gesto di aiuto, morale ed anche economico.

Ho provato una profonda commozione quando ci siamo recati presso una fabbrica di mattoni completamente gestita e composta da lavoranti cechi, mi ha colpito il loro modo di muovere la testa appena hanno udito la voce di Abba Marcello e dopo che lo avevano salutato mi è sembrato di vedere gioia e serenità trasparire dai loro occhi fissi e senza colore. Il momento più commovente dell’intero viaggio è stato la visita al “Children’s Blind Centre di Soddo”, dove vengono raccolti ed assistiti bambini cechi dalla nascita, che frequentano la scuola ed altre attività affinché abbiamo una qualsivoglia futura prospettiva di vita dignitosa.

Il Centro è diretto da un ragazzo anch’egli cieco laureato, molto capace ma con scarsissima sussistenza economica. I ragazzi dormono in stanze con materassi di gomma piuma spesso bucati e sottili come fette di formaggio emmental, che debolmente sostengono il peso sia pur leggero di questi ragazzi, mi si è stretto il cuore nel vedere questi bambini passeggiare nel giardino abbracciati o tenersi per mani a gruppi di tre, quattro o cinque per evitare di cadere o inciampare.

Erano sorridenti immersi in un oasi naturale di sole e colori di fiori variopinti di cui è gremito naturalmente il giardino dove essi passeggiano, mai purtroppo consapevoli delle bellezze del creato, ma pur tuttavia sorridenti, così come lo era quell’adolescente di nome Abdel, che stava leggendo su di un libro con metodo braille a rilievo ed alla domanda di Abba Marcello se gli piaceva studiare, rispondeva di si e che intendeva studiare fino a laurearsi, così da grande poteva aiutare la sua famiglia che era molto povera, trasparendo una serenità e mostrando un sorriso radioso, difficile da cogliere in altri ragazzi vedenti.

Toccante è stata la funzione religiosa celebrata in uno dei villaggi etiopi da Abba Marcello, contornata da canti di cori composti da giovani e balli di ringraziamento al “signore” a cui hanno partecipati tutti i presenti in chiesa. Fiumi di pagine possono scriversi a proposito del grande lavoro che questo prete missionario sta svolgendo in quel paese Africano, ma in questo mi ha preceduto Vincenzo Varagona giornalista del TG3, che ha scritto il libro “Abba Marcello – Viaggio nel cuore dell’Africa Missionaria”.

Antonio Cardinali