ETIOPIA: ALLUVIONI E FRANE COLPISCONO IL SUD DEL PAESE CON ALMENO 50 MORTI

Almeno 50 persone in Etiopia sono state uccise da frane e alluvioni causate da forti piogge; lo riporta un’agenzia di stampa etiope. Le intense precipitazioni sono seguite a una delle peggiori siccità degli ultimi 50 anni, aggravata dal fenomeno climatico El Nino.

Amministratori locali del distretto meridionale di Wolaita hanno riportato la morte di 41 persone a causa di grandi frane verificatesi lunedì scorso. Altre 9 persone sono annegate in alluvioni che hanno colpito la regione sud-orientale di Bale, uccidendo anche centinaia di bovini. Le inondazioni di Bale hanno spazzato via anche 559 ettari di terreni agricoli, con pesanti ripercussioni per l’economia locale.

Gli interventi di soccorso, ha dichiarato il commissario di polizia Alemayehu Mamo, sono al momento ostacolati da smottamenti che hanno colpito strade e ponti necessari per raggiungere le zone alluvionate.

Governo e agenzie umanitarie hanno organizzato la raccolta internazionale di un fondo pari a 1.4 miliardi di dollari per aiutare le persone rimaste senza acqua e cibo.


Lettera di Padre Marcello Signoretti, missionario pesarese in Etiopia.

Scrivo questa lettera a tutti gli amici che possono aiutare la popolazione etiope, perché, quando ci si trova in gravi difficoltà e grandi necessità’, non si sa a chi altro rivolgersi se non a coloro che possono capire la tua difficoltà, i momenti e le situazioni che ti turbano profondamente.

Vi spiego subito di cosa sto parlando e che cosa sta succedendo attualmente nelle zone centrali dell’Etiopia, ove di per sé la vita è difficile tutto l’anno.

Siamo attualmente nel pieno del periodo delle grandi piogge ed attualmente avvengono in modo forte e persistenti ed in molte zone i villaggi sono stati letteralmente spazzati via da vere e proprie bombe d’acqua, che non si verificavano da anni.

Sono andato personalmente a visitare i villaggi colpiti nella zona di Hobiccia Badda nella regione del Wolayta.

Tutto sommerso, case, prodotti agricoli, animali, alcune zone diventate dei laghi, ho visto una situazione veramente disastrosa con decine di morti.

Gente ammassata (interi nuclei famigliari) sotto le tende del governo, senza cibo, senza vestiti, molti ammalati, soprattutto bambini (data la stagione).

I loro occhi sbarrati e pieni di lacrime trasmettevano tanti sentimenti insieme: rassegnazione, impotenza e disperazione.

Una marea di gente si é avvicinata a me circondandomi: si sono tutti inginocchiati per terra davanti a me, supplicandomi di non abbandonarli.

Si tratta di circa 1000 famiglie (con tanti figli), tante vedove, e tantissimi poveri, nulla tenenti.

Sto cercando di aiutarli, per quel poco che posso fare, tanto da tamponare l’emergenza e dare loro un pò di cibo (granoturco e fagioli). In attesa di eventuali aiuti del governo, ma se ci saranno, non sicuramente a breve.

Per far fronte alla emergenza ho anticipato somme di denaro che erano destinate ad altri progetti che stavo portando avanti in favore dei bambini e bambine, nei loro percorsi di studio.

Chiedo gentilmente alle persone sensibili alla solidarietà’, di poterci dare un aiuto per tamponare questo disastro umanitario che improvvisamente a colpito molti villaggi dell’Etiopia centrale.

Anche con pochissimo aiuto in queste zone si possono fare miracoli. La gente etiope è forte e molto orgogliosa, ma in questa emergenza sono veramente inermi di fronte alla violenza della natura.

Questa gente non potrà darvi nulla in cambio se non levare le proprie braccia al cielo ringraziando Dio per la vostra generosità e per l’improvvisa e inaspettata sua provvidenza. Ed é questo l’unico regalo che possono darvi in cambio.

Come sempre, infinitamente grato.

Soddo (Etiopia), li 13 Giugno 2018

Padre Marcello Signoretti

Sentire il bisogno di tornare in Etiopia

Tutti i viaggi hanno un inizio ed una fine. Tutti ad eccezione di uno. Sto parlando del viaggio verso l’Etiopia.

Questo viaggio ha un inizio ma non una fine, perché le esperienze vissute modificano il tuo modo di vedere e percepire le cose e quindi il tuo modo di essere.

L’inizio è diverso dai soliti, non avviene nel momento della partenza ma nel esatto momento in cui decidi di partire, da quel momento in poi tutto cambia e la tua “avventura” non finirà mai.

Il mio viaggio è iniziato a Febbraio di quest’anno, da quel momento in poi ho cominciato a fantasticare su tutto.

Il giorno mi concentravo sulle solite cose, ma la sera pensavo a come potesse essere lì, a come potessero essere le persone e riflettevo sulle ragioni che mi hanno spinta a prendere la decisione di partire.

Sicuramente ci sono ragioni più “banali” come ad esempio il fatto che mi piace viaggiare e che quindi sarei riuscita a vedere un posto nuovo, lontano e magico.
Magico perché ho visto persone che una volta tornate avevano occhi nuovi, occhi che brillavano quando raccontavano quello che avevano visto, ho visto persone che sono cambiate quasi radicalmente e sto parlando di un cambiamento in positivo che volevo vivere in prima persona. Accanto a queste motivazioni comuni ci sono quelle che, se vogliamo, possiamo definire più profonde e personali, come il desiderio di voler trovare fiducia nei rapporti umani.

Fiducia, una bellissima parola che ha un significato stupendo ma è molto difficile da dare.

Soprattutto se si è timidi e molto riservati, tutte caratteristiche che non rendono semplice la formazione di legami e quindi la fiducia rimane una cosa “concessa” a pochi intimi.

Così con le mie insicurezze e tanta voglia di partire il mio viaggio a Soddo nel “villaggio dei bambini sorridenti” ebbe inizio. In quel villaggio in soli 10 giorni ho conosciuto persone che mi hanno dato molto di più rispetto ad anni di conoscenza con altre. In quei 10 giorni ho vissuto essendo me stessa vivendo ogni singolo attimo senza scudi, facendo e dicendo quello che mi passava per la testa.

In quei 10 giorni ho imparato a non dare niente per scontato, neanche il più piccolo gesto che può essere un sorriso, un abbraccio, camminare tenendosi per mano o regalare una semplice caramella. L’ho imparato grazie ai bambini di strada, che con occhi incuriositi e non spaventati dalla mia pelle chiara mi guardavo attentamente, chiedevano qualcosa, qualsiasi cosa anche la più semplice come una foto, un sorriso o una caramella e loro in cambio ti riempivano il cuore di sorrisi e saluti, come se quella potesse essere la cosa più preziosa che potevi dargli.

L’ho imparato grazie ai bambini del centro che non perdevano mai l’occasione di giocare insieme, solo per il gusto di divertirsi in compagnia.

In quei 10 giorni ho imparato non solo ad apprezzare anche i più piccoli gesti ma anche quello che ho senza darlo più per scontato, ho preso ancora più consapevolezza del fatto che nella vita bisogna lavorare ed impegnarsi duramente per ottenere ciò che si vuole. E

questo mio passo avanti lo devo ai ragazzi del centro che alle 2 di notte stavano ancora studiando per l’esame di pochi giorni dopo, l’ho appresso grazie ai bambini delle scuole che abbiamo visitato, che pur di imparare studiavano tutti ammassati in un’aula piccola e buia, seduti sui dei tubi di ferro e senza banchi, scrivendo sulle ginocchia. In quei 10 giorni ho imparato tanto, ho pianto, ho riso, sono stata sommersa da immagini, profumi, emozioni, ho conosciuto persone fantastiche, ho goduto di panorami mozzafiato ma allo stesso tempo ho vissuto tutto con una tranquillità mai provata in vita mia.

Ed il tempo è volato. Troppo velocemente. E come un battito di ciglia mi sono ritrovata catapultata nella realtà di sempre.
Ma questa volta c’era qualcosa di diverso e quel qualcosa ero io. Ero diversa e sono diversa perché in me c’è una spaccatura. Una divisione tra corpo ed anima, il corpo continua qui la sua vita di tutti i giorni. L’anima si nutre in modo vorace ed insaziabile dei flashback. Grazie ad essi riesco a rivivere continuamente tutto ed a ricordarlo perfettamente.

Ancora più importanti ed essenziali dei flashback sono le notti, perché sono il momento perfetto per poter tornare in Etiopia, a Soddo, nel villaggio e nutrirsi nuovamente della linfa vitale che solo lì c’è.
Adesso, dopo aver vissuto una cosa del genere, posso dire con certezza che io ho bisogno di tornare, per me stessa, per i bambini e per tutto ciò che c’è.

Marzo 2018
Maria Rita Abatino

La nuova umanità

Raccontare un fatto, un evento, un’emozione, ciò che insomma ha costituito una determinata esperienza in un dato arco di tempo della nostra vita, spesso è riduttivo, spesso è difficile e spesso fa male.

Con ironia condannerò per sempre la richiesta di questo scritto ma proverò a descrivere tutte le sfumature di Etiopia che i miei sensi hanno impressionato direttamente nel mio cuore come macchina fotografica fa quando scatta una foto.

Dal principio, come per ogni fotografia, porrò luce, una luce, che appena esci dall’aeroporto di Addis Abeba , appare d’essere irradiata da un sole diverso e te ne accorgi nei colori che essa illumina ben definiti e accesi , nell’aria che essa riscalda che sembra avvolgerti e riempire i polmoni in ogni angolo più recondito, un’energia pura che riesce a cullarti nei momenti di ansia e di angoscia, quei momenti in cui manca il respiro e vedi tutto nero, ad essere avulso da quello stesso tutto e ricominciare a sorridere.

Il sorriso infatti è quasi un requisito fondamentale in questi paesi, come da noi lo è “l’homo consumens”, parrà quasi assurdo leggerlo, ma occorrerà forse girarsi fra le capanne fatte di fango, le scuole senza luce e affollate, le lunghe carovane interminabili di fatiche e bestie, per scendere dalla tua jeep, un po’ incriccato dai chilometri di strade disconnesse con la tua inconscia area sgargiante, a tratti prepotente, da occidentale, per attirare una meravigliosa creatura innocente che seppur provata dalla fame e dal lavoro trova quell’energia necessaria per inarcare la sua bocca verso l’infinito.

Dove trovano questa energia? Come fanno? Per cultura? Per interesse? Come già detto tutto va da ricondursi a quell’energia pura sopra citata, un’energia prodotta anche dalla loro, a noi ingiustificata, felicità, un concetto che trova veramente realizzazione in queste persone, perché sono in grado di vivere per questo, non per un lavoro, a loro basta sopravvivere, non per un’aspirazione, a loro basta amare ed essere amati, ma spendere e sacrificare la propria vita credendo , abbracciando , emozionandosi, cooperando, scopi e vere ambizioni che trovano ampia dimostrazione, tristemente, con gioia, in quei funerali, per cui tutto un villaggio si muove per ricordare e stare accanto ad un fratello.

In Etiopia, se parli sincero e con il cuore, di fratelli puoi averne quante sono le stelle, è opportuno quindi fare attenzione a dosare le nostre parole tanto quanto i nostri gesti e espressioni, l’empatia certo non manca, cercare di eluderli con un comportamento che mascheri ciò che sentiamo è pressoché inutile.

Perciò diventa necessario saper parlare con il loro linguaggio, non l’amarico o il wolayta (lingua nazionale e regionale), anche se qualche parola non è difficile impararla, ma senza censure e maschere, in modo che ciò che sia dentro sia anche fuori, e lo si può notare quando loro ti raccontano i propri sogni, sembra un’interpretazione teatrale, non tanto per le professioni ma per la passione con la quale vorrebbero arrivarci “vorrei aiutare le persone del mio paese, in modo che nessuno più soffra”, mi diceva un ragazzo di 16 anni, se poteste sentire il suo tono di voce , o vedere quegli occhi lucidi, il misantropo più accanito potrebbe ricredersi. Un dialogo, quindi, che va oltre la parola, una sinergia fra due interlocutori che stabilisce tutte le premesse per un vero match, dove non vince chi riesce ad affermarsi sull’altro, ma chi pone in dubbio se stesso, Io l’ho fatto.

Non è un processo immediato, perché soggettivo, ma prevalentemente riscontrabile ed occorre saper anche assimilare il contesto africano dentro di noi in modo da iniziare su pari livelli.

Dall’idilliaca bellezza delle azioni comunicative di chi vi troverete davanti nella loro più assoluta semplicità, seguirà un processo di sdoganamento da superflue passioni, certezze e ideologie con le quali abbiamo convissuto così tanto da rappresentare per noi caratteristiche d’identità e individuazione.

Sconosciuto, sarà tutto quello in cui vi riconoscevate, dunque è importante comprendere che nessuno vi ha rubato o allontanato da voi, parti fondamentali della vostra vita, ma solo potati da rami travianti e discordanti con quello che è veramente il tronco della vostra essenza e se vi sentirete vuoti forse lo siete sempre stati.

Devo ammettere che lasceranno ferite da trattare di diversa portata, ma vi daranno una grandissima opportunità per crescere alleggeriti da buona parte dei vostri limiti e con una vista meno ovattata che vi costringerà a rifiutare i ripieghi e le deviazioni su cui vi siete sempre cullati e intossicati per non affrontare la realtà. Non reprimete questo processo, sebbene vi circonderà disperazione “reale” e “giustificata”, non abbiate vergogna di piangere e se lo farete capirete che il dolore non risparmia nessuno, né povero o ricco, bianco o nero ma è una condizione che accomuna la complessità degli individui, i quali agendo trovano opposizione, un ostacolo da superare o accettare per il proseguimento di una scala conflittuale, unico strumento per ammettere sempre più le cose nella loro totalità.

Una scalata eterna, che inizia in Italia fino alla fine del mondo con vette variabili che in africa sembrano toccare il cielo per una paradisiaca atmosfera in cui luminosi astri volteggiano danzanti intorno ai nuovi santi.

Marzo 2018
Alessandro Pio Adimari

Vi racconto l’Africa con gli occhi di chi la vive per la prima volta.

E mi ritrovo qui, a scrivere per mantenere vivo il ricordo di quella che è stata un esperienza straordinaria, che ancora, dopo giorni, arde dentro me.
Molte persone, appena tornata, mi hanno fatto la classica domanda: “Allora Ari, come è andata in Africa?”, di getto rispondevo: “ Bene”, ma bene è poco, e l’Africa
è troppo.

Ho questo viaggio impresso nel cuore e nella mente, eppure, non riesco a raccontarla a chi non l’ha vissuta in prima persona.
Sono partita senza aspettative, sono stata sottovalutata, e mi ero autosottovalutata, non pensavo di farcela, ma sono dell’idea che ogni tanto, bisogna cogliere al volo le occasioni che potrebbero dare una svolta alla tua vita, buttarsi un po’, prendere coraggio.

Vi racconto l’Africa con gli occhi di chi la vive per la prima volta. Sono state solo sei, le ore di aereo, che mi hanno portato indietro nel tempo; per ben 11 giorni ho vissuto esattamente al contrario di come viviamo tutti noi ai giorni d’oggi. Siamo nati in una società in cui siamo abituati ad avere tutto e subito, la sottoscritta per prima, dove pretendiamo sempre, senza mai ricambiare nulla.

In Ethiopia, a Soddo, ho imparato probabilmente la lezione di vita più importante; ho imparato a non prendere nulla per scontato, a pensare un po’ meno a me, e concentrarmi più sul prossimo, ho imparato a condividere, ho imparato che ogni cosa, ogni gesto, ogni parola, ogni persona hanno un valore, ho imparato ad apprezzare anche le più piccole cose, ho imparato a vivere. Mi basta chiudere gli occhi, fare un respiro profondo, e sentire l’odore rancido dello smog ad Addis Abeba, l’odore forte dell’aria, delle persone, e quello dolciastro del caffè appena scaldato sui mattoni. Ricordo la terra rossa, quella fastidiosa, che ti si infila dappertutto, sento le risate dei bambini, vedo i sorrisi della gente che si sbraccia per salutare noi bianchi, vedo piccole anine che si allungano nella speranza di racimolare qualche spicciolo o pezzo di cibo. Sembra quasi che tutti questa gioia, questa vitalità, annienti la loro povertà e la loro sofferenza. Per giorni sono stata tormentata di domande nella mia testa, non capivo il motivo di tutta quella felicità, in quelle condizioni di vita, e di tutta quella vita, in un posto dove data la povertà, e ne dovrebbe essere ben poca.

Dopo giorni, ho iniziato a darmi delle risposte; A loro mancheranno i vestiti, la tecnologia, l’acqua, il cibo, potrei fare una lista infinita, ma sono pur erta, che a loro non mancherà mai l’amore, pare che sia questo l’unico modo per annientare la morte. Penso che quello che l’ Africa ci trasmetta sia un contatto più saldo con la fluidità della ita di sempre. Non importa quante cose materiali si possiedano, tutto passa in secondo piano. Abbiamo soggiornato della Smiling Children Town, a Soddo, un centro di accoglienza per ragazzi di trada fondato da Abba (padre) Marcello. Che dire… una seconda casa!

I ragazzi del centro sono fantastici, disponibili, i pomeriggi liberi li passavamo con loro, tra una partita a pallavolo e n altra c’era sempre tempo per qualche risata. Tengo vivo il ricordo dei paesaggi; ancor ora, in macchina, capita che la mente viaggi per migliaia di chilometri, e mi porti tra le immense ride colline dell’ Ethiopia, nelle sue foreste, o magari sulla riva di qualche lago popolato da coccodrilli, ippopotami, e chissà quanti altri animali.

E’ proprio qui, che la natura prende il sopravvento sull’uomo, è libera, è viva, ti fa sentire piccolo, impotente. Ho avuto la fortuna di vedere probabilmente per la prima volta il cielo. ricordo benissimo quella notte, tutta la città era rimasta senza luce, c’eravamo solo noi, con il buio, un eterno silenzio e le stelle. Ci siamo sdraiati in giardino, sull’erba fresca ad assistere a quello spettacolo mozzafiato all’interno di una profondissima quiete.

In questo viaggio sono venuta in contatto con me stessa, ho riavvicinato a me l’Arianna che ritenevo perduta da empo. Mi saranno anche mancate le mie solite abitudini occidentali, ma il mio cuore è sempre stato sereno, in pace, e i miei occhi riposati e brillanti, e forse queste parole ne sono la prova. In questo posto, sono riuscita ad appendere la maschera che porto sempre con me, mi sono lasciata andare, ho giocato, riso, cantato, insieme a dozzine di bambini, che ricambiavano con sorrisi 36 denti, ho condiviso emozioni con persone conosciute pochi minuti prima. Un posto dove nessuno di giudica, dove vieni accettato così come sei, dove i pensieri spariscono, un posto da cui ai vorresti andartene.

Ho toccato la felicita. Ogni persona incontrata, ogni luogo scoperto, è riuscita ad entrare così profondamente del mio cuore, da lasciarmi un segno indelebile, permettendomi di vedere la realtà che mi circonda sotto un altra luce.
Mi sono sentita viva.

Passare da tutto al nulla, è un esperienza che auguro di fare a tutti nella vita. Auguro a tutti di essere guardato da un bambino che lotta ogni giorno per la vita con occhi pieni di lacrime, o di essere ringraziato migliaia di volte da persone senza che tu abbia assolutamente fatto nulla.

Auguro a tutti, di mettere prima o poi piede in Africa, per intraprendere un viaggio alla ricerca di se stesso, della felicità, dell’amore, ma sopratutto della vita.

Arianna.

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“Progetto Etiopia”: Quattro licei pesaresi raccolgono fondi per allestire l’aula informatica al centro di accoglienza per bambini di strada a Soddo.

Un progetto di solidarietà che con il tempo è diventato anche educativo. E’ il “progetto Etiopia”, iniziato nel 2009, che si pone l’obbiettivo di aiutare il centro di accoglienza per bambini di strada, denominato “Smiling Children Town “(Città dei ragazzi sorridenti) ubicato a Soddo, città che si trova nella regione del Wolayta (Etiopia), realizzato grazie all’opera di Abba Marcello al fine di togliere i bambini etiopi dalla strada e sostenuto dall’omonina Onlus.

Il programma coinvolge tre istituti scolastici pesaresi: Il Liceo Scientifico e Musicale “Marconi”, il Liceo Classico e Linguistico “Mamiani” ed il Liceo Artistico “Mengaroni”, nonché il comune di Pesaro. Il progetto – come spiega l’Assessore alla Gestione, Antonello Delle Noci – consiste in una raccolta fondi a sostegno delle attività del Centro da parte di studenti, famiglie ed insegnanti dei tre istituti, con l’obbiettivo entro il 2017, di allestire un’aula informatica per la formazione dei ragazzi del Centro.

Negli ultimi anni si sono recati a Soddo, circa 100 studenti accompagnati dal prof. Marco Signoretti per toccare con mano quella realtà, nella quale sta operando a fatica Abba Marcello. Il prossimo viaggio è in programma dal 20 novembre 2017 al icembre 2017 e vi prenderanno parte 15 studenti e due insegnanti che si recheranno in Etiopia per conoscere, incontrare i ragazzi e fare esperienza. Al ritorno dal viaggio i ragazzi accoglieranno le loro esperienze e testimonianze in un libro.

Coordinatore del “Progetto Etiopia” è Marco Signoretti ex Assessore Comunale e fratello di Abba Marcello.

Per gli studenti – afferma lo stesso Signoretti, si tratta di un percorso formativo e di conoscenza molto importante.

Inoltre, aggiunge l’assessore alla Crescita Giuliana Ceccarelli – l’entrare in contatto con una realtà totalmente diversa dalla loro esperienza quotidiana li metterà nella condizione di capire le difficoltà di certe popolazioni, il cui pensiero fondamentale è quello di trovare ogni giorno qualcosa da mangiare per sé e la propria famiglia.

L’Africa ti fa amare i silenzi, l’Africa ti fa amare la vita.

Bastano 6 ore di aereo per fuggire da una società che lentamente ci abbandona alla monotonia e catapultarci in un mondo nuovo, una realtà che risveglia i nostri sogni e il saper riconoscere il capolavoro che è il mondo che ci circonda.
Questo è l’Africa. Questo è perché l’Africa chiama. È stato un viaggio, per caso, ma mica un viaggio qualunque, un viaggio da cui non torni, o meglio, torni solo fisicamente, perché io con la testa sono ancora là.

Perché quando vivi un’esperienza così ti rimane tutto, mi basta chiudere gli occhi per un istante ed ecco che torno subito a pensare alle manine agitate dai bambini che salutavo dalla jeep, a quegli sguardi che ti conquistavano, perché dove non si può comunicare a parole, ecco che entra in gioco il linguaggio dei sorrisi. Ma davvero, quelli sono sorrisi che penetrano e arrivano dritti al tuo cuore che batte all’impazzata, così tanto che a volte hai quasi l’impressione che possa uscirti dal petto. Questo perché l’Africa ti fa provare un’infinità di emozioni incontrollabili.

L’Africa è la tenerezza di una bambina che ti prende la mano, che la accarezza e lentamente la sfiora con le dita, quasi curiosa nel vedere un colore diverso dal suo, che poi mentre sei ferma a guardare le treccine che avvolgono i suoi capelli, si alza in punta di piedi e ti bacia la guancia. L’Africa è la musica che ti trascina nella mischia e ti fa dimenticare le tue paure, che ti fa sentire viva, e a quel punto è così facile lasciarsi andare.

L’Africa è quando ti trovi per la prima volta davanti alla vera, immensa, bellezza della natura e allora cominci a respirare la libertà, di un mondo ancora non contaminato dall’uomo, e ti rendi conto dell’inutilità di tutto ciò di cui sei stato schiavo fino a quel momento, perché dopo la sola vista di quel paesaggio capisci che non ti manca proprio nulla.
L’Africa insegna. Mi chiedo se durerà per sempre, mi chiedo come mai un paese ricco come il nostro sia allo stesso tempo così arido di valori veri.

L’Africa ti insegna a cambiare il modo di vedere le cose e a non lasciarti trascinare dalla corrente che ti porta al continuo bisogno di avere di più, a non valorizzare ciò che già possiedi, a non essere consapevole di quanto in realtà tu sia fortunato. E forse non è un male che non esista un vaccino contro il Mal d’Africa, perché è solo quando senti la mancanza così forte di qualcosa che percepisci realmente quanto questo qualcosa ti abbia dato. Perché sì, quando si prepara la valigia per un’esperienza come questa si lascia a casa il superfluo, ma si torna a casa con un bagaglio di gran lunga più pesante. È ricco, di cose che non si possono comprare, che non si è in grado di cogliere se ci si limita a pensare a sé stessi.

E sull’aereo di ritorno, ricominciano quelle 6 ore che ti riportano a casa, dalla tua famiglia, dai tuoi amici, nella tua quotidianità, e rifletti su quanto il tempo sia passato velocemente, su quanto sia stato bello condividere quel viaggio con le persone che hai conosciuto e a quanto questo ti abbia scombussolato la mente. E allora capisci che ora l’Africa è anche un bisogno, una calamita, che ti provoca l’impossibilità di non farvi ritorno, perché a volte senti il bisogno di sentire quella terra rossiccia sotto le scarpe invece che l’asfalto, perché l’Africa ti fa amare i silenzi, l’Africa ti fa amare la vita.

Pesaro, li 15 Marzo 2017
Federica Olmi

Semplicemente, l’Africa è vita.

13 Febbraio 1017,è passato già un mese da questa data tanto attesa, un sogno si è realizzato, l’Africa!

Non so dire il motivo per il quale il continente nero mi abbia sempre affascinato, ma ho sempre avuto una strana frenesia nel volermi buttare in esperienze che avrebbero dato una svolta alla mia vita e che avrebbero formato la persona che sono ora.

L’emozione era tanta, ed è stata proprio quella che mi ha spinto a dire quel fatidico “Sì, ci vengo”, in un periodo scolastico in cui solo un pazzo avrebbe accettato di fare i bagagli e partire. Per essere sincera, con l’emozione c’era anche la preoccupazione del “dopo”; tutte le verifiche, le interrogazioni e le spiegazioni da recuperare non mi facevano vivere al meglio la mia partenza.

Nonostante ciò , la volontà di toccare con mano quella povertà di cui tanto si parla, ma di cui poca voglia si ha di affrontare, mi ha dato la carica giusta per mettermi in gioco, cogliendo un’opportunità unica che la vita mi ha offerto! Ritorno qui ,ora, dopo aver trascorso 11 giorni indimenticabili in quel piccolo angolo di mondo immerso nel verde, a mettere su carta emozioni ,visi, sorrisi, gesti e paesaggi che rimarranno per sempre sigillati nel cuore e impregnati negl’occhi. L’esperienza vissuta a Soddo, in Etiopia, nel centro fondato da Abba Marcello chiamato “Smiling children town” è stata così grande e intensa che è veramente difficile riassumerla in poche righe.

Ogni singolo luogo scoperto, la natura incontaminata e pura ,come un quadro impressionista, si è stagliata imponente di fronte ai miei occhi…sovrastandomi, io ero un granello di sabbia piccolo, piccolo immersa nell’oblio dell’universo maestoso. I ricordi che permangono vivi sono i colori ,gli odori ,i suoni perché l’Africa è questo…è il rosso caldo della terra, è il verde brulicante della natura, è l’odore dei campi, l’odore del sudore, della fatica di arrivare a fine giornata ; ma l’Africa è anche musica, ritmo, movimento, semplicemente l’Africa è vita! E questa vita è scritta negli sguardi delle persone che ho avuto la fortuna di incontrare. I loro occhi facevano rumore, ho visto occhi ringraziare, occhi sperare, occhi gridare…occhi affamati, occhi stanchi ma pieni, pieni di storie, di bellezza, di vita! E’ straordinario come questa popolazione ti accolga a braccia aperte con il sorriso perennemente stampato sul viso, una mano alzata pronta a salutarti…dagli anziani, agli adulti ai bambini.

Pur sapendo di vivere nella miseria rivolgevano gesti, preghiere a noi, persone totalmente sconosciute,benedicendo il nostro futuro. Questa io la chiamo umiltà, misericordia o semplicemente UMANITA’! Quell’umanità che forse a volte ci manca perché siamo distratti ,siamo sempre di fretta in questa società del “tutto e subito”, del “superfluo” e del “consumo”. Solo così, ho avuto modo di comprendere l’assurdità di molte nostre preoccupazioni, di tanti nostri problemi, ma soprattutto le fortune, che fin dalla nascita possediamo in questa agiata vita. La fortuna di avere una famiglia, di avere da mangiare, da bere; la fortuna di avere una casa accogliente, dei vestiti puliti ma anche la sola possibilità di studiare! Basterebbero queste “poche” fortune a rendere la vita di un bimbo africano un po’ più dignitosa! E non dico più” ricca” ,perché mostro la mia più profonda disapprovazione nei confronti di chi, pensa o addirittura sostiene che la loro non si possa definire “vita” o ancor di più che non abbiano possibilità di scelta.

A mio parere, queste persone compiono ogni giorno la più grande scelta che si possa fare, ovvero quella di continuare a vivere! Già, è proprio così…noi pensiamo di avere il monopolio su ogni cosa e che tutto ciò che produciamo e consumiamo ci possa far raggiungere la felicità piena; invece l’Africa mi ha insegnato a non dar nulla per scontato, come “già dato”, perché quello che hai nel le mani oggi, un domani potrà non esserci più senza che tu abbia il tempo per accorgertene.

Io credo fermamente che sono loro, che ogni giorno lottano per la vita in un ambiente così ostile ad essa, mentre siamo noi che sopravviviamo e piano piano soccombiamo nell’abisso della superficialità e ignoranza. Loro mi hanno insegnato il valore delle piccole cose ,un abbraccio, un sorriso, un “come stai” e mi hanno fatto riflettere sul valore del DONARE senza necessariamente ricevere qualcosa in cambio; “donarsi”, infatti, per la sola e semplice volontà di farlo; mettersi a nudo con la consapevolezza che una vita spesa per l’altro è una vita che vale la pena di essere vissuta! E non con la pretesa di salvare qualcuno, perché come diceva un vecchio prete: <” non c’è chi salva, o è salvato, ma ci si salva insieme >”.

L’incontro con l’altro e l’ascolto del prossimo mi hanno lasciato un segno indelebile che mi sono portata nella valigia, a casa; con l’obiettivo ora, di percorrere questo lungo cammino che è la vita con tutte le difficoltà e gli ostacoli che si potranno presentare ma con la voglia di lasciare un’impronta nel sentiero e di essere protagonista di un capolavoro!

Marta Milano

L’uomo in Africa ringrazia Dio per avergli concesso la vita e non la disprezza.

Sappiamo il prezzo dell’ultimo modello di iphone (€ 1.159) e il prezzo di un paio di scarpe firmate( €400)…ma quanto costa un sorriso?
La risposta è semplice, “niente”.

Ma allora perché abbiamo un iphone e non sorridiamo?
La società in cui viviamo opprime la nostra natura umana, siamo portati ad impazzire in un sistema che impone lucidità.
Nasci, cresci, produci, consumi e muori. Il cosi detto consumismo di cui siamo schiavi. Ci siamo dimenticati come si vive e pensiamo solo ad andare avanti senza mai fermarci ad apprezzare il DONO della vita che ,oltre tutto, è una sola.

Sentiamo la necessità di volere sempre di più e non ci accontentiamo, è come se avessimo il bisogno di cose di cui realmente non abbiamo bisogno.
L’uomo bianco è sia stupido che egoista, vuole tutto per se ma poi quando lo ha si accorge di quanto esso sia nulla ed allora cerca qualcos’altro, senza capire che la felicità non proviene da cose materiali ma sta nel fare del bene perché condividere qualcosa non significa solo condividere un post su facebook ma significa fare un atto di gentilezza ad un altra persona senza secondi fini.

Siamo animali in cattività nella stessa gabbia, formata da palazzi, uno in competizione con l’altro. Ma la rivoluzione ha inizio da una scintilla di speranza.
Siate buoni con il prossimo, date più importanza agli amici e alla famiglia e meno importanza al cellulare e alla tv, fate le cose senza voler ricevere niente in cambio e condividete l’amore perché cosi anche coloro che l’avranno ricevuto lo condivideranno a loro volta.

Ho visto la felicità in occhi di bambini che non avevano neanche le scarpe e che magari stavano percorrendo kilometri su strade sotto il sole per prendere un pò d’acqua sporca, scene forti ma che mi hanno fatto riflettere…Perché loro ci riescono ed io no?

L’uomo in Africa non ha schiavizzato la natura ma al contrario vive con essa, la mente è più libera poiché gli alberi e la natura sono dinamici mentre palazzi e case sono statici.
L’uomo in Africa non è in competizione con nessuno se non con se stesso, tutti aiutano tutti senza giudicare.
L’uomo in Africa ringrazia Dio per avergli concesso la vita e non la disprezza.
L’uomo in Africa si sente vivo ed ha tutto anche se non ha niente.

Pesaro, 1 marzo 2017
Denis Esposito

L’asse Pesaro – Soddo targato Rolando Ferri

Negli ultimi 15 anni l’asse “Pesaro – Soddo” porta un nome preciso: Rolando Ferri. Ottant’anni suonati, ma la vitalità di un ragazzino. All’età in cui in genere si va in pensione, Rolando ha deciso di mettersi a servizio a tempo pieno della missione di Abba Marcello. Il suo passato di sportivo, gli ha permesso di coinvolgere le società cittadine, e da quegli ambienti di circuito della solidarietà si è esteso a macchia d’olio in tutta la città e anche fuori.

Le tecniche sono quelle classiche: la buona abitudine di ritrovarsi, due volte l’anno, a cena, in locali che offrono l’accoglienza, con una risposta davvero massiccia, dalle 250 alle 300 persone ogni volta. Dalla strategia alimentare, poi, a quella “turistica”: una strategia vincente dei frati Cappuccini è sempre stata quella di “ammalare” la gente di Africa attraverso i viaggi, e così Rolando ha seguito questo esempio, con una simpatica variante. Ai gruppi che aderiscono all’invito di passare dieci giorni da Abba Marcello, Rolando “affibbia” un bagaglio pieno di indumenti, scarpe, generi di prima necessità dedicati ai piccoli ospiti dello Smiling Children town. Ferri, tuttavia, va oltre: ci racconta che si porta dietro, in questi viaggi, solo lo stretto necessario per vestirsi, e alla fine della permanenza lascia anche quello, ripartendo con i soli vestiti che ha indosso.

Il resto lo lascia a Marcello, perché qualcuno a cui darlo lo trova sempre. Rolando tuttavia ottimizza tutto e di certo non torna mai a mani vuote: “la mia debolezza, confessa, è il mango. Mi piace mangiarlo, mi piace offrirlo. E così riesce a commuovere anche la dogana di Addis Abeba, che –anche se non potrebbe – fa passare una discreta quantità di frutti che magicamente, in Italia, rialimenta la catena della solidarietà e si trasforma in altro: ancora soldi, oggetti, vestiti che poi ripartono, alla volta del Wolayta.

Già in primavera Rolando Ferri aveva annunciato che – forse – allo scoccare degli ottant’anni avrebbe lasciato andare con i viaggi. Pochi gli hanno creduto davvero. La verità è che Rolando appare insostituibile. Chiunque si sarebbe commosso, al suo arrivo a Soddo, vedendo l’affetto con cui è stato accolto dai ragazzi e – dopo dieci giorni – la standing ovation con cui è stato salutato. Lasciando il Centro a bordo della jeep guidata da Abba Marcello gli si è sicuramente stretto il cuore. Stavolta potrebbe essere stata davvero l’ultima volta. Ma qualcosa ci dice che non sarà così.

Articolo scritto da Vincenzo Varagona giornalista della Rai marchigiana, e pubblicato sul giornale “ Il Nuovo” il 25 Dicembre 2016.

Ventesimo Natale per Abba Marcello a Soddo

Ventesimo Natale per Abba Marcello a Soddo, nella diocesi che l’ha accolto, allora guidata dal Vescovo marchigiano Domenico Marinozzi. Chi ascolta i racconti di questo ragioniere pesarese, che oggi ha 72 anni, chi ha l’opportunità di vivere alcuni giorni con lui, nel suo Centro, lo Smiling Children Town, ha quasi l’impressione di trovarsi in un’altra dimensione, quale, di questi tempi, è la dimostrazione di un amore totale verso i poveri, in particolare i ragazzi, i giovani.

Centinaia di bimbi presi dalla strada con l’opportunità di cambiare vita, di studiare, laurearsi, trovare un lavoro. Uno di questi è Wondesen, 29 anni, direttore del Centro. Due lauree, ha voluto ringraziare Abba Marcello per avergli cambiato la vita decidendo, dopo il percorso di studi, di restare con lui e prendere in mano con autorevolezza una realtà complessa. Una favola moderna, quella vissuta da Marcello Signoretti, che come molte fiabe era cominciata davvero male.

Non voleva sposarsi perché attorno a se vedeva solo storie di violenze famigliari. Succede invece che trova Margherita, la donna dei suoi sogni. Decide di sposarla, ma dopo pochi mesi lei muore per una brutta malattia. Lui è disperato e tra l’altro si trova costretto a girare ospedali in tutt’Italia per accudire i genitori. Una vita maledetta. “la vita, tuttavia – commenta Marcello – è nelle mani nostre e di Dio”.

Così decide di cambiare pagina. O perlomeno chiede il permesso a Colui al quale si è affidato. Permesso accordato, ma non alle condizioni che si immaginava. Niente India, ad esempio. E nemmeno Comboniani o Salesiani che costituivano il “piano B”. L’indirizzo giusto alla fine è quello fornito dai Cappuccini di Recanati: Etiopia, Wolayta, Soddo. Una città che in pochi anni, anche grazie alla Missione Cappuccina e al lavoro di Abba Marcello ha quasi raddoppiato i suoi abitanti e accresciuto in modo considerevole il suo tenore di vita.

Uno sviluppo che è passato anche attraverso gli acquedotti, i pozzi, le scuole, le chiese, le realizzazioni curate o comunque sostenute da Abba Marcello. Una delle esperienze che più colpiscono è la fabbrica di mattoni che impiega persone non vedenti, uomini e donne. Si trova alla periferia della città . L’idea di fabbrica non rende quello che si vede e quello che i ciechi fanno, senza potersi vedere. In silenzio, con espressione apparentemente assente, scavano la terra rossa, con una “barella” di legno la gettano in una larga pozza d’acqua dove questa terra viene calzata, a piedi nudi, fino a formare quell’impasto che poi viene utilizzato, attraverso stampi metallici, per dare forma al mattone. Ogni giorno, con questo meccanismo, vengono sfornati centinaia di pezzi, poi introdotti nell’edilizia cittadina.

A Soddo è difficile pensare a ciechi impiegati nei centralini. Uomini e donne ogni giorno, lottano per sopravvivere: coltivano i campi con aratri trainati dai buoi, o sono impegnati ad approvvigionarsi di acqua. Un viavai continuo, di contenitori in plastica di color giallo, di tutte le dimensioni, trasportati a mano, in spalla o su asini. Già è difficile vivere in condizioni normali, per le persone svantaggiate diventa proibitivo. Ecco perché la fabbrica dei mattoni, come la scuola per bambini ciechi, diventano punti di riferimento importanti nella difesa della dignità umana in questa terra, tra le più ricche di risorse, ma più povere per reddito e prodotto interno.

Sarebbe, tuttavia, fuorviante pensare che l’attività di un missionario mettesse in secondo piano un’intensa azione pastorale. Nella parrocchia di Bughe Ghennet si festeggiano tre matrimoni, in quella di Obicia Badda addirittura 50 battesimi, di neonati ma anche di adulti. Sono anche gli effetti del Giubileo. Come si è celebrato il Giubileo in Africa?. “ Nella mia parrocchia – racconta Abba Marcello – abbiamo organizzato due pellegrinaggi, per giovani e adulti, fino alla Cattedrale di Soddo. Diciotto chilometri a piedi fino alla Porta Santa. E’ stato commovente, in una terra abituata a vivere le tragedie come punizioni divine, riscoprire la misericordia di Dio.
Un salto culturale importante. Ho visto gente piangere, scoprendo, anche grazie a questo Giubileo, che l’amore di Dio è infinito, che ti sta vicino, soprattutto nelle difficoltà, che non ti abbandona mai”.

Articolo scritto da Vincenzo Varagona giornalista della Rai marchigiana, e pubblicato sul giornale “ Il Nuovo” il 25 Dicembre 2016.