Vi racconto l’Africa con gli occhi di chi la vive per la prima volta.

E mi ritrovo qui, a scrivere per mantenere vivo il ricordo di quella che è stata un esperienza straordinaria, che ancora, dopo giorni, arde dentro me.
Molte persone, appena tornata, mi hanno fatto la classica domanda: “Allora Ari, come è andata in Africa?”, di getto rispondevo: “ Bene”, ma bene è poco, e l’Africa
è troppo.

Ho questo viaggio impresso nel cuore e nella mente, eppure, non riesco a raccontarla a chi non l’ha vissuta in prima persona.
Sono partita senza aspettative, sono stata sottovalutata, e mi ero autosottovalutata, non pensavo di farcela, ma sono dell’idea che ogni tanto, bisogna cogliere al volo le occasioni che potrebbero dare una svolta alla tua vita, buttarsi un po’, prendere coraggio.

Vi racconto l’Africa con gli occhi di chi la vive per la prima volta. Sono state solo sei, le ore di aereo, che mi hanno portato indietro nel tempo; per ben 11 giorni ho vissuto esattamente al contrario di come viviamo tutti noi ai giorni d’oggi. Siamo nati in una società in cui siamo abituati ad avere tutto e subito, la sottoscritta per prima, dove pretendiamo sempre, senza mai ricambiare nulla.

In Ethiopia, a Soddo, ho imparato probabilmente la lezione di vita più importante; ho imparato a non prendere nulla per scontato, a pensare un po’ meno a me, e concentrarmi più sul prossimo, ho imparato a condividere, ho imparato che ogni cosa, ogni gesto, ogni parola, ogni persona hanno un valore, ho imparato ad apprezzare anche le più piccole cose, ho imparato a vivere. Mi basta chiudere gli occhi, fare un respiro profondo, e sentire l’odore rancido dello smog ad Addis Abeba, l’odore forte dell’aria, delle persone, e quello dolciastro del caffè appena scaldato sui mattoni. Ricordo la terra rossa, quella fastidiosa, che ti si infila dappertutto, sento le risate dei bambini, vedo i sorrisi della gente che si sbraccia per salutare noi bianchi, vedo piccole anine che si allungano nella speranza di racimolare qualche spicciolo o pezzo di cibo. Sembra quasi che tutti questa gioia, questa vitalità, annienti la loro povertà e la loro sofferenza. Per giorni sono stata tormentata di domande nella mia testa, non capivo il motivo di tutta quella felicità, in quelle condizioni di vita, e di tutta quella vita, in un posto dove data la povertà, e ne dovrebbe essere ben poca.

Dopo giorni, ho iniziato a darmi delle risposte; A loro mancheranno i vestiti, la tecnologia, l’acqua, il cibo, potrei fare una lista infinita, ma sono pur erta, che a loro non mancherà mai l’amore, pare che sia questo l’unico modo per annientare la morte. Penso che quello che l’ Africa ci trasmetta sia un contatto più saldo con la fluidità della ita di sempre. Non importa quante cose materiali si possiedano, tutto passa in secondo piano. Abbiamo soggiornato della Smiling Children Town, a Soddo, un centro di accoglienza per ragazzi di trada fondato da Abba (padre) Marcello. Che dire… una seconda casa!

I ragazzi del centro sono fantastici, disponibili, i pomeriggi liberi li passavamo con loro, tra una partita a pallavolo e n altra c’era sempre tempo per qualche risata. Tengo vivo il ricordo dei paesaggi; ancor ora, in macchina, capita che la mente viaggi per migliaia di chilometri, e mi porti tra le immense ride colline dell’ Ethiopia, nelle sue foreste, o magari sulla riva di qualche lago popolato da coccodrilli, ippopotami, e chissà quanti altri animali.

E’ proprio qui, che la natura prende il sopravvento sull’uomo, è libera, è viva, ti fa sentire piccolo, impotente. Ho avuto la fortuna di vedere probabilmente per la prima volta il cielo. ricordo benissimo quella notte, tutta la città era rimasta senza luce, c’eravamo solo noi, con il buio, un eterno silenzio e le stelle. Ci siamo sdraiati in giardino, sull’erba fresca ad assistere a quello spettacolo mozzafiato all’interno di una profondissima quiete.

In questo viaggio sono venuta in contatto con me stessa, ho riavvicinato a me l’Arianna che ritenevo perduta da empo. Mi saranno anche mancate le mie solite abitudini occidentali, ma il mio cuore è sempre stato sereno, in pace, e i miei occhi riposati e brillanti, e forse queste parole ne sono la prova. In questo posto, sono riuscita ad appendere la maschera che porto sempre con me, mi sono lasciata andare, ho giocato, riso, cantato, insieme a dozzine di bambini, che ricambiavano con sorrisi 36 denti, ho condiviso emozioni con persone conosciute pochi minuti prima. Un posto dove nessuno di giudica, dove vieni accettato così come sei, dove i pensieri spariscono, un posto da cui ai vorresti andartene.

Ho toccato la felicita. Ogni persona incontrata, ogni luogo scoperto, è riuscita ad entrare così profondamente del mio cuore, da lasciarmi un segno indelebile, permettendomi di vedere la realtà che mi circonda sotto un altra luce.
Mi sono sentita viva.

Passare da tutto al nulla, è un esperienza che auguro di fare a tutti nella vita. Auguro a tutti di essere guardato da un bambino che lotta ogni giorno per la vita con occhi pieni di lacrime, o di essere ringraziato migliaia di volte da persone senza che tu abbia assolutamente fatto nulla.

Auguro a tutti, di mettere prima o poi piede in Africa, per intraprendere un viaggio alla ricerca di se stesso, della felicità, dell’amore, ma sopratutto della vita.

Arianna.

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“Progetto Etiopia”: Quattro licei pesaresi raccolgono fondi per allestire l’aula informatica al centro di accoglienza per bambini di strada a Soddo.

Un progetto di solidarietà che con il tempo è diventato anche educativo. E’ il “progetto Etiopia”, iniziato nel 2009, che si pone l’obbiettivo di aiutare il centro di accoglienza per bambini di strada, denominato “Smiling Children Town “(Città dei ragazzi sorridenti) ubicato a Soddo, città che si trova nella regione del Wolayta (Etiopia), realizzato grazie all’opera di Abba Marcello al fine di togliere i bambini etiopi dalla strada e sostenuto dall’omonina Onlus.

Il programma coinvolge tre istituti scolastici pesaresi: Il Liceo Scientifico e Musicale “Marconi”, il Liceo Classico e Linguistico “Mamiani” ed il Liceo Artistico “Mengaroni”, nonché il comune di Pesaro. Il progetto – come spiega l’Assessore alla Gestione, Antonello Delle Noci – consiste in una raccolta fondi a sostegno delle attività del Centro da parte di studenti, famiglie ed insegnanti dei tre istituti, con l’obbiettivo entro il 2017, di allestire un’aula informatica per la formazione dei ragazzi del Centro.

Negli ultimi anni si sono recati a Soddo, circa 100 studenti accompagnati dal prof. Marco Signoretti per toccare con mano quella realtà, nella quale sta operando a fatica Abba Marcello. Il prossimo viaggio è in programma dal 20 novembre 2017 al icembre 2017 e vi prenderanno parte 15 studenti e due insegnanti che si recheranno in Etiopia per conoscere, incontrare i ragazzi e fare esperienza. Al ritorno dal viaggio i ragazzi accoglieranno le loro esperienze e testimonianze in un libro.

Coordinatore del “Progetto Etiopia” è Marco Signoretti ex Assessore Comunale e fratello di Abba Marcello.

Per gli studenti – afferma lo stesso Signoretti, si tratta di un percorso formativo e di conoscenza molto importante.

Inoltre, aggiunge l’assessore alla Crescita Giuliana Ceccarelli – l’entrare in contatto con una realtà totalmente diversa dalla loro esperienza quotidiana li metterà nella condizione di capire le difficoltà di certe popolazioni, il cui pensiero fondamentale è quello di trovare ogni giorno qualcosa da mangiare per sé e la propria famiglia.

L’Africa ti fa amare i silenzi, l’Africa ti fa amare la vita.

Bastano 6 ore di aereo per fuggire da una società che lentamente ci abbandona alla monotonia e catapultarci in un mondo nuovo, una realtà che risveglia i nostri sogni e il saper riconoscere il capolavoro che è il mondo che ci circonda.
Questo è l’Africa. Questo è perché l’Africa chiama. È stato un viaggio, per caso, ma mica un viaggio qualunque, un viaggio da cui non torni, o meglio, torni solo fisicamente, perché io con la testa sono ancora là.

Perché quando vivi un’esperienza così ti rimane tutto, mi basta chiudere gli occhi per un istante ed ecco che torno subito a pensare alle manine agitate dai bambini che salutavo dalla jeep, a quegli sguardi che ti conquistavano, perché dove non si può comunicare a parole, ecco che entra in gioco il linguaggio dei sorrisi. Ma davvero, quelli sono sorrisi che penetrano e arrivano dritti al tuo cuore che batte all’impazzata, così tanto che a volte hai quasi l’impressione che possa uscirti dal petto. Questo perché l’Africa ti fa provare un’infinità di emozioni incontrollabili.

L’Africa è la tenerezza di una bambina che ti prende la mano, che la accarezza e lentamente la sfiora con le dita, quasi curiosa nel vedere un colore diverso dal suo, che poi mentre sei ferma a guardare le treccine che avvolgono i suoi capelli, si alza in punta di piedi e ti bacia la guancia. L’Africa è la musica che ti trascina nella mischia e ti fa dimenticare le tue paure, che ti fa sentire viva, e a quel punto è così facile lasciarsi andare.

L’Africa è quando ti trovi per la prima volta davanti alla vera, immensa, bellezza della natura e allora cominci a respirare la libertà, di un mondo ancora non contaminato dall’uomo, e ti rendi conto dell’inutilità di tutto ciò di cui sei stato schiavo fino a quel momento, perché dopo la sola vista di quel paesaggio capisci che non ti manca proprio nulla.
L’Africa insegna. Mi chiedo se durerà per sempre, mi chiedo come mai un paese ricco come il nostro sia allo stesso tempo così arido di valori veri.

L’Africa ti insegna a cambiare il modo di vedere le cose e a non lasciarti trascinare dalla corrente che ti porta al continuo bisogno di avere di più, a non valorizzare ciò che già possiedi, a non essere consapevole di quanto in realtà tu sia fortunato. E forse non è un male che non esista un vaccino contro il Mal d’Africa, perché è solo quando senti la mancanza così forte di qualcosa che percepisci realmente quanto questo qualcosa ti abbia dato. Perché sì, quando si prepara la valigia per un’esperienza come questa si lascia a casa il superfluo, ma si torna a casa con un bagaglio di gran lunga più pesante. È ricco, di cose che non si possono comprare, che non si è in grado di cogliere se ci si limita a pensare a sé stessi.

E sull’aereo di ritorno, ricominciano quelle 6 ore che ti riportano a casa, dalla tua famiglia, dai tuoi amici, nella tua quotidianità, e rifletti su quanto il tempo sia passato velocemente, su quanto sia stato bello condividere quel viaggio con le persone che hai conosciuto e a quanto questo ti abbia scombussolato la mente. E allora capisci che ora l’Africa è anche un bisogno, una calamita, che ti provoca l’impossibilità di non farvi ritorno, perché a volte senti il bisogno di sentire quella terra rossiccia sotto le scarpe invece che l’asfalto, perché l’Africa ti fa amare i silenzi, l’Africa ti fa amare la vita.

Pesaro, li 15 Marzo 2017
Federica Olmi

Semplicemente, l’Africa è vita.

13 Febbraio 1017,è passato già un mese da questa data tanto attesa, un sogno si è realizzato, l’Africa!

Non so dire il motivo per il quale il continente nero mi abbia sempre affascinato, ma ho sempre avuto una strana frenesia nel volermi buttare in esperienze che avrebbero dato una svolta alla mia vita e che avrebbero formato la persona che sono ora.

L’emozione era tanta, ed è stata proprio quella che mi ha spinto a dire quel fatidico “Sì, ci vengo”, in un periodo scolastico in cui solo un pazzo avrebbe accettato di fare i bagagli e partire. Per essere sincera, con l’emozione c’era anche la preoccupazione del “dopo”; tutte le verifiche, le interrogazioni e le spiegazioni da recuperare non mi facevano vivere al meglio la mia partenza.

Nonostante ciò , la volontà di toccare con mano quella povertà di cui tanto si parla, ma di cui poca voglia si ha di affrontare, mi ha dato la carica giusta per mettermi in gioco, cogliendo un’opportunità unica che la vita mi ha offerto! Ritorno qui ,ora, dopo aver trascorso 11 giorni indimenticabili in quel piccolo angolo di mondo immerso nel verde, a mettere su carta emozioni ,visi, sorrisi, gesti e paesaggi che rimarranno per sempre sigillati nel cuore e impregnati negl’occhi. L’esperienza vissuta a Soddo, in Etiopia, nel centro fondato da Abba Marcello chiamato “Smiling children town” è stata così grande e intensa che è veramente difficile riassumerla in poche righe.

Ogni singolo luogo scoperto, la natura incontaminata e pura ,come un quadro impressionista, si è stagliata imponente di fronte ai miei occhi…sovrastandomi, io ero un granello di sabbia piccolo, piccolo immersa nell’oblio dell’universo maestoso. I ricordi che permangono vivi sono i colori ,gli odori ,i suoni perché l’Africa è questo…è il rosso caldo della terra, è il verde brulicante della natura, è l’odore dei campi, l’odore del sudore, della fatica di arrivare a fine giornata ; ma l’Africa è anche musica, ritmo, movimento, semplicemente l’Africa è vita! E questa vita è scritta negli sguardi delle persone che ho avuto la fortuna di incontrare. I loro occhi facevano rumore, ho visto occhi ringraziare, occhi sperare, occhi gridare…occhi affamati, occhi stanchi ma pieni, pieni di storie, di bellezza, di vita! E’ straordinario come questa popolazione ti accolga a braccia aperte con il sorriso perennemente stampato sul viso, una mano alzata pronta a salutarti…dagli anziani, agli adulti ai bambini.

Pur sapendo di vivere nella miseria rivolgevano gesti, preghiere a noi, persone totalmente sconosciute,benedicendo il nostro futuro. Questa io la chiamo umiltà, misericordia o semplicemente UMANITA’! Quell’umanità che forse a volte ci manca perché siamo distratti ,siamo sempre di fretta in questa società del “tutto e subito”, del “superfluo” e del “consumo”. Solo così, ho avuto modo di comprendere l’assurdità di molte nostre preoccupazioni, di tanti nostri problemi, ma soprattutto le fortune, che fin dalla nascita possediamo in questa agiata vita. La fortuna di avere una famiglia, di avere da mangiare, da bere; la fortuna di avere una casa accogliente, dei vestiti puliti ma anche la sola possibilità di studiare! Basterebbero queste “poche” fortune a rendere la vita di un bimbo africano un po’ più dignitosa! E non dico più” ricca” ,perché mostro la mia più profonda disapprovazione nei confronti di chi, pensa o addirittura sostiene che la loro non si possa definire “vita” o ancor di più che non abbiano possibilità di scelta.

A mio parere, queste persone compiono ogni giorno la più grande scelta che si possa fare, ovvero quella di continuare a vivere! Già, è proprio così…noi pensiamo di avere il monopolio su ogni cosa e che tutto ciò che produciamo e consumiamo ci possa far raggiungere la felicità piena; invece l’Africa mi ha insegnato a non dar nulla per scontato, come “già dato”, perché quello che hai nel le mani oggi, un domani potrà non esserci più senza che tu abbia il tempo per accorgertene.

Io credo fermamente che sono loro, che ogni giorno lottano per la vita in un ambiente così ostile ad essa, mentre siamo noi che sopravviviamo e piano piano soccombiamo nell’abisso della superficialità e ignoranza. Loro mi hanno insegnato il valore delle piccole cose ,un abbraccio, un sorriso, un “come stai” e mi hanno fatto riflettere sul valore del DONARE senza necessariamente ricevere qualcosa in cambio; “donarsi”, infatti, per la sola e semplice volontà di farlo; mettersi a nudo con la consapevolezza che una vita spesa per l’altro è una vita che vale la pena di essere vissuta! E non con la pretesa di salvare qualcuno, perché come diceva un vecchio prete: <” non c’è chi salva, o è salvato, ma ci si salva insieme >”.

L’incontro con l’altro e l’ascolto del prossimo mi hanno lasciato un segno indelebile che mi sono portata nella valigia, a casa; con l’obiettivo ora, di percorrere questo lungo cammino che è la vita con tutte le difficoltà e gli ostacoli che si potranno presentare ma con la voglia di lasciare un’impronta nel sentiero e di essere protagonista di un capolavoro!

Marta Milano

L’uomo in Africa ringrazia Dio per avergli concesso la vita e non la disprezza.

Sappiamo il prezzo dell’ultimo modello di iphone (€ 1.159) e il prezzo di un paio di scarpe firmate( €400)…ma quanto costa un sorriso?
La risposta è semplice, “niente”.

Ma allora perché abbiamo un iphone e non sorridiamo?
La società in cui viviamo opprime la nostra natura umana, siamo portati ad impazzire in un sistema che impone lucidità.
Nasci, cresci, produci, consumi e muori. Il cosi detto consumismo di cui siamo schiavi. Ci siamo dimenticati come si vive e pensiamo solo ad andare avanti senza mai fermarci ad apprezzare il DONO della vita che ,oltre tutto, è una sola.

Sentiamo la necessità di volere sempre di più e non ci accontentiamo, è come se avessimo il bisogno di cose di cui realmente non abbiamo bisogno.
L’uomo bianco è sia stupido che egoista, vuole tutto per se ma poi quando lo ha si accorge di quanto esso sia nulla ed allora cerca qualcos’altro, senza capire che la felicità non proviene da cose materiali ma sta nel fare del bene perché condividere qualcosa non significa solo condividere un post su facebook ma significa fare un atto di gentilezza ad un altra persona senza secondi fini.

Siamo animali in cattività nella stessa gabbia, formata da palazzi, uno in competizione con l’altro. Ma la rivoluzione ha inizio da una scintilla di speranza.
Siate buoni con il prossimo, date più importanza agli amici e alla famiglia e meno importanza al cellulare e alla tv, fate le cose senza voler ricevere niente in cambio e condividete l’amore perché cosi anche coloro che l’avranno ricevuto lo condivideranno a loro volta.

Ho visto la felicità in occhi di bambini che non avevano neanche le scarpe e che magari stavano percorrendo kilometri su strade sotto il sole per prendere un pò d’acqua sporca, scene forti ma che mi hanno fatto riflettere…Perché loro ci riescono ed io no?

L’uomo in Africa non ha schiavizzato la natura ma al contrario vive con essa, la mente è più libera poiché gli alberi e la natura sono dinamici mentre palazzi e case sono statici.
L’uomo in Africa non è in competizione con nessuno se non con se stesso, tutti aiutano tutti senza giudicare.
L’uomo in Africa ringrazia Dio per avergli concesso la vita e non la disprezza.
L’uomo in Africa si sente vivo ed ha tutto anche se non ha niente.

Pesaro, 1 marzo 2017
Denis Esposito

L’asse Pesaro – Soddo targato Rolando Ferri

Negli ultimi 15 anni l’asse “Pesaro – Soddo” porta un nome preciso: Rolando Ferri. Ottant’anni suonati, ma la vitalità di un ragazzino. All’età in cui in genere si va in pensione, Rolando ha deciso di mettersi a servizio a tempo pieno della missione di Abba Marcello. Il suo passato di sportivo, gli ha permesso di coinvolgere le società cittadine, e da quegli ambienti di circuito della solidarietà si è esteso a macchia d’olio in tutta la città e anche fuori.

Le tecniche sono quelle classiche: la buona abitudine di ritrovarsi, due volte l’anno, a cena, in locali che offrono l’accoglienza, con una risposta davvero massiccia, dalle 250 alle 300 persone ogni volta. Dalla strategia alimentare, poi, a quella “turistica”: una strategia vincente dei frati Cappuccini è sempre stata quella di “ammalare” la gente di Africa attraverso i viaggi, e così Rolando ha seguito questo esempio, con una simpatica variante. Ai gruppi che aderiscono all’invito di passare dieci giorni da Abba Marcello, Rolando “affibbia” un bagaglio pieno di indumenti, scarpe, generi di prima necessità dedicati ai piccoli ospiti dello Smiling Children town. Ferri, tuttavia, va oltre: ci racconta che si porta dietro, in questi viaggi, solo lo stretto necessario per vestirsi, e alla fine della permanenza lascia anche quello, ripartendo con i soli vestiti che ha indosso.

Il resto lo lascia a Marcello, perché qualcuno a cui darlo lo trova sempre. Rolando tuttavia ottimizza tutto e di certo non torna mai a mani vuote: “la mia debolezza, confessa, è il mango. Mi piace mangiarlo, mi piace offrirlo. E così riesce a commuovere anche la dogana di Addis Abeba, che –anche se non potrebbe – fa passare una discreta quantità di frutti che magicamente, in Italia, rialimenta la catena della solidarietà e si trasforma in altro: ancora soldi, oggetti, vestiti che poi ripartono, alla volta del Wolayta.

Già in primavera Rolando Ferri aveva annunciato che – forse – allo scoccare degli ottant’anni avrebbe lasciato andare con i viaggi. Pochi gli hanno creduto davvero. La verità è che Rolando appare insostituibile. Chiunque si sarebbe commosso, al suo arrivo a Soddo, vedendo l’affetto con cui è stato accolto dai ragazzi e – dopo dieci giorni – la standing ovation con cui è stato salutato. Lasciando il Centro a bordo della jeep guidata da Abba Marcello gli si è sicuramente stretto il cuore. Stavolta potrebbe essere stata davvero l’ultima volta. Ma qualcosa ci dice che non sarà così.

Articolo scritto da Vincenzo Varagona giornalista della Rai marchigiana, e pubblicato sul giornale “ Il Nuovo” il 25 Dicembre 2016.

Ventesimo Natale per Abba Marcello a Soddo

Ventesimo Natale per Abba Marcello a Soddo, nella diocesi che l’ha accolto, allora guidata dal Vescovo marchigiano Domenico Marinozzi. Chi ascolta i racconti di questo ragioniere pesarese, che oggi ha 72 anni, chi ha l’opportunità di vivere alcuni giorni con lui, nel suo Centro, lo Smiling Children Town, ha quasi l’impressione di trovarsi in un’altra dimensione, quale, di questi tempi, è la dimostrazione di un amore totale verso i poveri, in particolare i ragazzi, i giovani.

Centinaia di bimbi presi dalla strada con l’opportunità di cambiare vita, di studiare, laurearsi, trovare un lavoro. Uno di questi è Wondesen, 29 anni, direttore del Centro. Due lauree, ha voluto ringraziare Abba Marcello per avergli cambiato la vita decidendo, dopo il percorso di studi, di restare con lui e prendere in mano con autorevolezza una realtà complessa. Una favola moderna, quella vissuta da Marcello Signoretti, che come molte fiabe era cominciata davvero male.

Non voleva sposarsi perché attorno a se vedeva solo storie di violenze famigliari. Succede invece che trova Margherita, la donna dei suoi sogni. Decide di sposarla, ma dopo pochi mesi lei muore per una brutta malattia. Lui è disperato e tra l’altro si trova costretto a girare ospedali in tutt’Italia per accudire i genitori. Una vita maledetta. “la vita, tuttavia – commenta Marcello – è nelle mani nostre e di Dio”.

Così decide di cambiare pagina. O perlomeno chiede il permesso a Colui al quale si è affidato. Permesso accordato, ma non alle condizioni che si immaginava. Niente India, ad esempio. E nemmeno Comboniani o Salesiani che costituivano il “piano B”. L’indirizzo giusto alla fine è quello fornito dai Cappuccini di Recanati: Etiopia, Wolayta, Soddo. Una città che in pochi anni, anche grazie alla Missione Cappuccina e al lavoro di Abba Marcello ha quasi raddoppiato i suoi abitanti e accresciuto in modo considerevole il suo tenore di vita.

Uno sviluppo che è passato anche attraverso gli acquedotti, i pozzi, le scuole, le chiese, le realizzazioni curate o comunque sostenute da Abba Marcello. Una delle esperienze che più colpiscono è la fabbrica di mattoni che impiega persone non vedenti, uomini e donne. Si trova alla periferia della città . L’idea di fabbrica non rende quello che si vede e quello che i ciechi fanno, senza potersi vedere. In silenzio, con espressione apparentemente assente, scavano la terra rossa, con una “barella” di legno la gettano in una larga pozza d’acqua dove questa terra viene calzata, a piedi nudi, fino a formare quell’impasto che poi viene utilizzato, attraverso stampi metallici, per dare forma al mattone. Ogni giorno, con questo meccanismo, vengono sfornati centinaia di pezzi, poi introdotti nell’edilizia cittadina.

A Soddo è difficile pensare a ciechi impiegati nei centralini. Uomini e donne ogni giorno, lottano per sopravvivere: coltivano i campi con aratri trainati dai buoi, o sono impegnati ad approvvigionarsi di acqua. Un viavai continuo, di contenitori in plastica di color giallo, di tutte le dimensioni, trasportati a mano, in spalla o su asini. Già è difficile vivere in condizioni normali, per le persone svantaggiate diventa proibitivo. Ecco perché la fabbrica dei mattoni, come la scuola per bambini ciechi, diventano punti di riferimento importanti nella difesa della dignità umana in questa terra, tra le più ricche di risorse, ma più povere per reddito e prodotto interno.

Sarebbe, tuttavia, fuorviante pensare che l’attività di un missionario mettesse in secondo piano un’intensa azione pastorale. Nella parrocchia di Bughe Ghennet si festeggiano tre matrimoni, in quella di Obicia Badda addirittura 50 battesimi, di neonati ma anche di adulti. Sono anche gli effetti del Giubileo. Come si è celebrato il Giubileo in Africa?. “ Nella mia parrocchia – racconta Abba Marcello – abbiamo organizzato due pellegrinaggi, per giovani e adulti, fino alla Cattedrale di Soddo. Diciotto chilometri a piedi fino alla Porta Santa. E’ stato commovente, in una terra abituata a vivere le tragedie come punizioni divine, riscoprire la misericordia di Dio.
Un salto culturale importante. Ho visto gente piangere, scoprendo, anche grazie a questo Giubileo, che l’amore di Dio è infinito, che ti sta vicino, soprattutto nelle difficoltà, che non ti abbandona mai”.

Articolo scritto da Vincenzo Varagona giornalista della Rai marchigiana, e pubblicato sul giornale “ Il Nuovo” il 25 Dicembre 2016.

05/11/2016 – Cena di beneficenza per dare un aiuto ai progetti che Abba Marcello sta portando avanti in Etiopia.

Nella serata del 5 Novembre 2016 alle ore 20.15 presso “ Villa Cattanei Stuart” ubicata a Trebbiantico di Pesaro, si terrà l’abituale cena di beneficenza per dare un aiuto ai progetti che Abba Marcello sta portando avanti in Etiopia.

L’iniziativa che come di consuetudine si svolge verso la metà della stagione autunnale, vede sempre la partecipazione di alcune centinaia di persone che hanno a cuore il grande lavoro che Abba Marcello sta svolgendo nei confronti dei bambini di strada, nella Regione del Wolaita in Etiopia.

Al ritorno in quella Regione dopo il periodo estivo trascorso a Pesaro, Abba Marcello, è stato accolto con grande calore dalla popolazione locale, che attualmente vive un periodo di grande preoccupazione, in quanto una malattia sta uccidendo molti animali ( buoi, mucche e pecore).

Tante sono le famiglie che piangono la perdita di uno o più animali, che sono veramente importanti per loro, come ha comunicato lo stesso Abba Marcello ai suoi collaboratori di Pesaro. I contadini se non hanno almeno un bue, sono costretti a lavorare la terra a mano, mentre le mucche le pecore servono per sfamare le famiglie che hanno molti bambini e proprio a causa di questa moria, molte di esse si trovano in condizioni disperate.

Il ricavato della cena del 5 Novembre 2016, del costo di 35 Euro per gli adulti e 10 Euro per i bambini ( gratis per quelli di età inferiore ai 10 anni), andrà interamente per sostenere l’acquisto di animali, al fine di dare sollievo alla popolazione etiope, provata da quest’ultima sciagura.

La cena avrà quale testimonial la schermitrice Olimpica Elisa Di Francisca, campionessa che ha già effettuato alcuni viaggi di volontariato in Africa.
Per prenotazioni telefonare al V. Presidente Rolando Ferri al tel. 368/3423985.

Documentario di Adriano Razzi

“Io sono l’occhio che vede quotidianamente i bisogni dei poveri, la mano che dona cibo e sostegno ai deboli, l’orecchio che ascolta il pianto e le richieste di aiuto di chi soffre…………ma il cuore pieno di Amore, Misericordia e Generosità è in Italia, dove tante persone semplici e buone non mi fanno mancare il loro sostegno e il loro aiuto economico, col quale ho potuto realizzare tante opere per la mia gente che amo.”

(Abba Marcello)
“ Zebegna…….è una parola tipica del paese africano che letteralmente significa guardiano, una metafora in quanto Abba Marcello è per l’appunto lo Zebegna del popolo Etiope.”
(Il Nuovo Amico)

Per chi vuole riceverne copia di questo documentario di Adriano Razzi, che testimonia il grande progetto che Abba Marcello sta portando avanti nel paese africano, dando speranza e dignità ai tanti bambini di strada, abbandonati e costretti a vivere di espedienti e destinati, altrimenti ad una esistenza di povertà e disperazione senza via d’uscita, può contattare il V. Presidente Rolando Ferri al 368/3423985.

ORGANIZZAZIONE

COMITATO DIRETTIVO

Presidente: Pietrelli Emilio

Vice Presidente – Cassiere: Ferri Rolando

Segretario: Cardinali Antonio

Cascino Silvana

Borchia Patrizio

Malerba  Maurizio

Maria Teresa Grazia Di Gioia

Boschi Maurizio

Floriani Florio

Pianosi Paolo (invitato permanente)
Il Comitato Direttivo, si riunisce il 1° e 3° venerdì di ogni mese alle ore 18.00, presso la Parocchia di San Luigi Gonzaga, Via Brandani n. 2 Pesaro, salve diverse necessità organizzative.